lunedì 5 settembre 2011

Omicidio Vassallo, un anno fa il delitto irrisolto del “Sindaco pescatore”

Il ricordo e la rabbia in alcune dichiarazioni rilasciate ad “ADNKRONOS” dal figlio Antonio e dall’attuale Sindaco Pisani.
Il 5 settembre di un anno fa veniva assassinato il sindaco di Pollica Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” che in tre mandati ha trasformato il suo paese di 2mila abitanti nel cuore del Cilento in una località turistica capace di ottenere per diversi anni consecutivi le '5 vele' di Legambiente e la Bandiera blu della Fee. A un anno dalla sua morte, avvenuta in un agguato camorristico che lo ha colto mentre rientrava nella sua casa nella frazione di Acciaroli, non è ancora emersa la verità sul delitto.
All'ipotesi, sorta fin dal primo momento, di un agguato di stampo camorristico, se ne sono aggiunge col tempo altre: "Prima la figlia di un poliziotto, poi il locale notturno, tante storie che a volte ci hanno dato l'impressione di vivere in un film. La verità non la devono solo a noi ma anche a lui, che è stato lasciato solo allora e così rischia di esserlo una seconda volta ", aggiunge Antonio, che con la fondazione “Angelo Vassallo sindaco pescatore”, mantiene viva la memoria del padre e porta avanti i progetti che l'ex sindaco di Pollica ha lasciato incompiuti.
"Mio padre - spiega Antonio Vassallo - aveva intorno a sé una squadra di persone, non amministratori o politici quanto tecnici e avvocati, tutti amici legatissimi tra loro che facevano tutto quello che potevano fare per lui e per Pollica, senza nessuna retribuzione. Non era un team organizzato, ma qualcosa che veniva naturale. Erano queste le persone a lui vicine, mentre lo Stato lo ha lasciato solo: lo continueremo a dire anche se è qualcosa che non si vuol sentire e che fa girare il muso. Spesso ha chiesto aiuti che non ha avuto, parlo di politici, forze dell'ordine, che non hanno capito che qui c'era un sindaco che poteva fare del bene non solo al suo paese ma a tutta la regione. Oggi sono tutti bravi a parlare bene di lui e a fare il suo nome, ma non posso dire che, dopo quel settembre, sia venuto qualcuno qui a dirci 'cosa possiamo fare per voi".
In compenso a dicembre, invece, è arrivata la Procura di Vallo della Lucania a notificare il sequestro di una parte del ristorante del “sindaco pescatore”: secondo i magistrati, non avrebbe potuto usufruire del condono edilizio e, di conseguenza, non sarebbe stato possibile concedere l'autorizzazione per l'apertura.
"E' stata per qualche tempo la barzelletta di una piccola parte d'Italia - ricorda Vassallo - ma quando ci arrivò la notizia fu uno dei peggiori cazzotti in faccia per noi. Papà non ha sbagliato mai niente, non metteva neanche un mattone fuori posto, figurarsi nel ristorante al quale teneva tanto. Ci siamo rialzati, nella stagione estiva abbiamo lavorato, ma non vediamo l'ora di dimostrare che non c'è stato nessun abuso", aggiunge.
"La sua è una figura particolare - afferma Antonio - e tra le tante cose dette su di lui ci sono ancora aspetti non venuti alla luce".
Un libro  “Il sindaco pescatore”, scritto a quattro mani dal fratello di Angelo Vassallo, Dario, presidente della Fondazione e Nello Governato, che sarà presentato il 5 settembre ad Acciaroli, una delle due frazioni del comune di Pollica che si affacciano sul mare del Cilento.
"Dentro ci sono le sue opere, le sue battaglie, tutti gli schiaffi in faccia che ha preso", racconta il figlio Antonio, che aggiunge: "Quello che ha fatto è qui, presente, lo possiamo vedere intorno a noi. Io e tutti i miei familiari siamo orgogliosissimi di tutto quello che ha fatto. Forse, vivendolo ogni giorno, neanche noi ci eravamo mai accorti di quanto fosse grande, di quanto era riuscito a fare per noi".
A raccogliere la pesante eredità di Angelo Vassallo, "forse il compito più difficile di tutti" come lo definisce il figlio Antonio, è stato Stefano Pisani, eletto a maggio nuovo sindaco di Pollica dopo essere stato per molti anni al fianco dell'ex primo cittadino.
"Certe volte mi chiedono dove io abbia trovato la forza di continuare, e rispondo che è merito dell'incoscienza. Cerchiamo di rivolgere la nostra attenzione alle cose da fare, piuttosto che a pensare ad Angelo che non c'è più", spiega all'ADNKRONOS Pisani.
"L'affetto che ci legava ad Angelo - racconta - andava al di là del semplice rapporto politico-istituzionale, insieme a lui abbiamo scommesso su come si poteva cambiare questo territorio. Non vogliamo parlare di lui al passato, perché quello che ha fatto per questa comunità è ancora vivo e continua a essere il nostro progetto di sviluppo per questa comunità. In questi mesi è stato fatto uno sforzo immane per continuare il suo lavoro".
Quando ad amministrare il territorio ci sono uomini così, la politica locale si riduce ad un corpo a corpo drammatico fra gli amministratori onesti (lasciati soli dallo Stato e spesso avversati dal governo) e le mafie economico-strutturali; se non saremo capaci di annientare questo binomio saremo un Paese che avrà sempre più bisogno di eroi, che sfidano quotidianamente il martirio.
Sui territori del sud, è, infatti, in corso una sfida fondamentale che è “nazionale” nel senso gramsciano del termine; resa più difficile dall’indirizzo leghista e secessionista del regime.
Occorre un ritorno alla politica vera, costituzionale, che è l’unica nemica delle mafie, perché tenta di rilanciare coscienza e senso di massa, perché ricerca la contraddizione di fondo tra capitale e vita, che è, oggi, perno della nuova questione meridionale.
Le mafie sono nelle istituzioni, nelle polizie, nell’economia, nel lavoro. Non lasciare soli gli amministratori come Angelo Vassallo signfica riprendere le battaglie di Angelo, sull’ambiente, sulla costa, sul mare, sui beni comuni; essi devono diventare le nostre battaglie, ricostruendo un popolo e una società. La borghesia mafiosa siede nei consigli di amministrazione, gestisce lo smaltimento dei rifiuti, si fa assegnare finanziamenti pubblici attraverso società criminali o prestanomi. E’ lì, allora, il campo dell’immpegno istituzionale e sociale. E’ parte del conflitto contro il capitale, nelle forme, nelle dimensioni che esso assume nei territori meridionali.
Solo se siamo veramente convinti e crediamo in questo, allora Angelo Vassallo è uno di noi.
[Benedetto Randazzo]

domenica 4 settembre 2011

Il primato irrinunciabile della legalità nel ricordo del Generale Dalla Chiesa

Il Generale dalla Chiesa ha attraversato la vita dell'Italia in tutti i suoi momenti importanti e drammatici. Figlio di un carabiniere, vice comandante generale dell'Arma, passa nei carabinieri come ufficiale di complemento allo scoppio della seconda guerra mondiale, dopo essersi arruolato in fanteria.
L'8 settembre del '43, è comandante della tenenza di San Benedetto del Tronto e non esita a passare con la Resistenza, operando in clandestinità nelle Marche, dove organizzò i gruppi per fronteggiare i tedeschi. Finita la guerra, nel ‘49 col grado di capitano, arriva in Sicilia, a Corleone. La mafia si sta organizzando e il movimento separatista è ancora forte.
Da capitano Dalla Chiesa si trova ad indagare su settantaquattro omicidi e la scomparsa (poi rivelatasi omicidio) del sindacalista Placido Rizzotto, scoprendone il cadavere che era stato abilmente occultato e giungendo ad indagare ed incriminare l'allora emergente boss della mafia Luciano Liggio. In un rapporto del dicembre '49, dalla Chiesa indica proprio lui come responsabile di quell'omicidio. Ma poco dopo viene trasferito, prima a Firenze, poi a Como e infine a Milano.
Un trasferimento strano: che, soltanto anni dopo, si scoprirà essere stato ordinato dal generale Giovanni De Lorenzo, che stava organizzando il "Piano Solo", un tentativo di colpo di Stato per impedire la formazione del primo governo di centrosinistra.

L’assassinio: Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso a Palermo il 3 settembre 1982. E’ un venerdì, quando i sicari affiancano l’A 112 dove viaggia insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro. Viene ucciso pure l’agente di scorta Domenico Russo che viaggia su un ‘Alfetta’.
Nel 2002 la corte d'Assise condannò all'ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i pentiti di mafia, rei confessi, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. I mandanti della cupola: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Benrardo Brusca, e Nenè Geraci invece erano già stati condannati nel maxi processo passato in giudicato nel '92.

A quasi trent’anni dal delitto restano tuttavia ancora molti misteri. Ad iniziare dalle ore successive all’eccidio quando la cassaforte del prefetto viene violata e sparisce la chiave che misteriosamente apparirà qualche giorno dopo. Chi rovistò fra le carte del generale? E cosa c’era nella cassaforte? Forse il memoriale Moro trovato in via Montenevoso a Milano? E ancora: chi quella notte entrò prima dei magistrati nelle stanze della residenza del prefetto a Villa Pajno? Domande rimaste senza una risposta quasi trent’anni dopo.
Sulla vicenda, ancora oggi, restano le ombre, anche se i mandanti e alcuni esecutori sono stati individuati, processati e condannati all'ergastolo; sicuramente, come disse una volta l'attuale procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, “per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti”.
La loro ricerca non ha fatto alcun passo avanti e l'unica verità giudiziaria è compendiata nelle sentenze di condanna per due sicari e per i vertici della cupola, dove gli stessi giudici di Palermo sottolineano: “Si può senz'altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all'interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Un uomo solo: nell'ultima intervista Carlo Alberto Dalla Chiesa disse a Giorgio Bocca: “Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”. Il pubblico ministero Nico Gozzo nella sua requisitoria parlò di “un delitto maturato in un clima di solitudine: Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l'espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso”. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo abbandono: “Cosa nostra ritenne di poterlo colpire impunemente perché impersonava soltanto se stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l'autorità”.

Dopo 29 anni per il Generale sembra che non rimanga altro spazio che quello per le commemorazioni di rito: Palermo ha ricordato “il Prefetto dei 100 giorni” con una messa e la deposizione di una corona il 29esimo anniversario della strage di mafia. Il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, ha deposto la corona di fiori sotto la lapide che, in via Isidoro Carini, ricorda la strage. Presenti il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il Prefetto, il Questore, l'Arcivescovo, il Sindaco, magistrati e vertici delle Forze di Polizia…..

Datemi pure “dell’idealista” ma (parafrasando Guccini): “ il Generale a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, mentre fa correr via una macchina a vapore, e che ci giunga un giorno ancora la notizia di una “locomotiva” come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia, l’illegalità, le collusioni le impunità le protezioni, le complicità gli interessi… e dove non è arrivata la locomotiva della giustizia arrivi quella della memoria e sia più forte della polvere e della complicità del tempo…"                       [Benedetto Randazzo]

Intervista di Enzo Biagi del marzo 1981 a Carlo Alberto Dalla Chiesa in una puntata della trasmissione “Rotocalco Televisivo”. Emblematiche le risposte del Generale alle domande sul "rinnovamento della mafia" e sulle collusioni tra mafia e politica....

sabato 3 settembre 2011

29 anni fa l'assassinio del Gen. Dalla Chiesa

Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa capì la portata devastante di “cosa nostra”, del suo sistema di potere fondato sulle colusioni con la politica e con l’economia. Sapeva bene a quali rischi andava incontro, ma da grande servitore dello Stato non si tirò indietro.
Il 3 settembre 1982 venivano assassinati dalla mafia a Palermo il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’Agente di Polizia Domenico Russo.
L’isolamento a cui fu abbandonato creò le condizioni per il suo barbaro assassinio. Solo il giorno dopo, com’è nella peggiore tradizione della politica italiana, fu approvata quella Legge tanto cara a lui ed a Pio La Torre, che introduceva nel nostro ordinamento il reato di associazione mafiosa, il sequestro e la confisca dei beni.
Ancora oggi l’omicidio Dalla Chiesa, così come molti altri omicidi di mafia e le stragi, gridano verità e giustizia. Mancano all’appello del giudizio penale le responsabilità di chi ha colluso e depistato. Inoltre, bisogna andare fino in fondo sui rapporti mafia-politica, come fece Dalla Chiesa quando allora consegnò alla commissione antimafia le schede sui politici collusi. «Un tabù ancora vivo» – ha affermato l’On. Lumia - « se si pensa che in occasione delle ultime elezioni regionali la Commissione Antimafia ha avuto enormi difficoltà ad acquisire i pareri dei Prefetti sui candidati».

giovedì 1 settembre 2011

5 e 6 Settembre 2011: Casa Memoria Impastato chiude il palinsesto delle iniziative estive con due appuntamenti presso la Pizzeria Impastato


    Il Mediterraneo difficile: storie e destini che si incrociano per mare, tra fatiche e sofferenze, pescatori e migranti.

  “Don Vito a Gomorra, mafia e antimafia tra pizzini, papelli e bestseller”. Presentazione del libro di Umberto Santino.
 
Anche questa estate è arrivata ormai alla conclusione e così si chiude anche il palinsesto delle iniziative organizzate da “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” presso la Pizzeria Impastato (Cinisi, SS113 km 288,800).
L’associazione conclude la “bella stagione” come consuetudine, tra l’impegno e l’incanto, la riflessione e la cultura; quest’anno con due importanti appuntamenti previsti per il 5 e 6 settembre 2011 a partire dalle ore 21.00.

 5 settembre 2011 ore 21.00
“Il Mediterraneo difficile, destini e storie che si incrociano per mare, tra fatiche e sofferenze, pescatori e migranti”.
Il Mediterraneo, mare difficile, parla, racconta storie di pescatori e migranti, storie di chi soffre per la fame, le guerre, la persecuzione e affronta viaggi disperati per salvarsi; storie di chi fatica per procacciarsi cibo e un minimo guadagno; storie di antiche traversate e nuove speranze. Sono storie cullate dalle onde, divise tra i riflessi di luce e il buio delle grandi profondità; tra l’umanità di chi salva i migranti e la vergognosa persecuzione giudiziaria delle istituzioni; storie pescate dalle reti di chi sa ascoltare.
- Proiezione video "Mare aperto" di Enrico Montalbano; segue commento dell'autore
-  Sbarchi, tragedie, salvataggi e la vergognosa persecuzione giudiziaria; relazionano Judith Gleitze e Mimma Grillo del Forum antirazzista Palermo
- Recital di poesie sul tema immigrazione a cura di Emilia Ricotti
-  Ensemble musicale dal respiro africano con Matilde Politi, DouDou Diouf, Kadialy Kolyate.

6 settembre 2011 ore 21.00
“Don Vito a Gomorra, mafia e antimafia tra papelli, pizzini e best sellers” presentazione del testo di Umberto Santino con gli interventi di Francesco La Licata, giornalista ed autore del libro “Don Vito” e Tano Grasso, presidente della Federazione Nazionale delle Associazioni Antiracket e Antiusura.
Sarà un occasione per riflettere su come le macchinazioni, i paradisi e gli inferni costruiti, i falsi miti e le belle parole, così come i castelli di carte della comunicazione di massa abbiano intaccato la lucidità e l’esame di realtà e influito sulle modalità del fare antimafia e del fare politica in generale.

mercoledì 31 agosto 2011

28 Agosto 1980 la mafia uccideva Carmelo Iannì


Nella Sicilia degli anni ottanta, quando contravvenire alle regole dell’omertà era quantomeno impensabile, quegli spari che echeggiarono nella hall del “Riva Smeralda” furono un monito nei confronti di chi intendesse schierarsi dalla parte dello Stato contro l’egemonia mafiosa. Proprio quello che Carmelo Jannì, proprietario di quel piccolo albergo di Carini, a due passi dal mare, aveva coraggiosamente deciso di fare.
Erano gli anni del business della droga, gli anni in cui gli uomini d’onore siciliani mettevano le mani sul mercato mondiale degli stupefacenti. La mafia dell’isola, secondo un rapporto dell’epoca della DEA, forniva un terzo del fabbisogno del mercato americano, quattro tonnellate di eroina pura all’anno.
Erano pure gli anni in cui la mafia lasciava sul terreno vittime eccellenti, dal presidente della Regione Piersanti Mattarella al procuratore capo Gaetano Costa.
Carmelo Iannì, albergatore 46 enne palermitano, marito e padre di tre figlie, non avrebbe mai pensato che quei fatti di mafia che stravolgevano la Sicilia lo avrebbero coinvolto, facendolo diventare innocente protagonista.
L’imminente arrivo in città di Andrè Bousquet, il miglior chimico marsigliese in circolazione, era un segnale inequivocabile che le raffinerie di droga si trovavano nel territorio di Palermo.
La più grande operazione antidroga e la scoperta delle raffinerie di eroina, passò proprio dalla scelta di Carmelo Iannì: quella di permettere ad alcuni poliziotti di infiltrarsi nel suo albergo, fingendo di essere impiegati. L'albergo dove aveva deciso di alloggiare Bousquet, insieme ad altri due esperti di raffinazione giunti dalla Francia.
Per un mese circa, i poliziotti seguirono tutti i movimenti dei tre fino alla notte fra il 25 e il 26 agosto 1980 quando, in un edificio in costruzione nelle campagne di Trabia, scattò il blitz. Lì, insieme ai chimici e alla droga, la polizia trovò, con enorme sorpresa, anche il boss Gerlando Alberti, detto ‘u paccarrè.
La presenza sul luogo del blitz degli stessi agenti che avevano finto per un mese di essere impiegati dell’hotel fece facilmente intuire allo storico capomafia di Porta Nuova chi, in maniera determinante, aveva agevolato la polizia nella propria attività di indagine.
Il 28 agosto, pochi giorni dopo il blitz, alle 15.30 circa, due uomini eseguirono l’ordine che ‘u paccarrè aveva dato dal carcere, mettendo così fine alla vita di Carmelo Iannì, colpevole di avere scelto di stare dalla parte sbagliata.
Cadde nella reception del suo albergo che con tanti onesti sacrifici aveva realizzato.
Per l’omicidio di Carmelo Iannì furono condannati all’ergastolo Gerlando Alberti e il suo complice Vincenzo Citarda. Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati.
Nel 1990 il deputato radicale Alessandro Tessari presentò una interrogazione al Ministero della Giustizia per chiedere l’applicazione al signor Andrè Bousquet, cittadino di nazionalità francese, dei benefici previsti dalla convenzione di Strasburgo relativa al trasferimento nel proprio Paese delle persone condannate.
Il sacrificio di Carmelo Iannì che accettò di collaborare con le forze dell’ordine, mettendo a repentaglio la propria vita, in un’epoca in cui la mafia uccideva anche chi solo si permetteva di sbeffeggiare i boss dai microfoni di una radio, viene e deve essere ricordato oggi come esempio di forte senso civico.
Con queste parole lo ha ricordato Sonia Alfano europarlamentare e presidente dell’associazione nazionale familiari vittime di mafia, in occasione del trentunesimo anniversario dell’assassinio.
“Oggi fare memoria e utilizzare contro il sistema mafioso sempre più istituzionalizzato le armi della parola e del ricordo, deve essere un modo per dare ai cittadini di domani gli strumenti per capire la nostra storia imbevuta di sangue innocente e far sì che vicende come questa non si ripetano.
La storia della famiglia Iannì racconta uno spaccato di realtà che ci offende tutti: non solo ha subito la violenza mafiosa, e non solo ha dovuto affrontare per lungo tempo l’indifferenza di una società civile disinformata e distratta, ma soprattutto quella dello Stato – sottolinea – che fin troppo spesso ha abbandonato i familiari delle vittime innocenti di mafia al proprio triste destino, soprattutto quando queste non potevano fregiarsi di un cognome celebre pur avendo tutto il diritto di rivendicare il proprio orgoglio e la propria dignità, esattamente come in questo caso”. Per questo è indispensabile una diffusa cultura antimafia ed è fondamentale trasmettere i valori di uomini semplici e coraggiosi come Carmelo Iannì ai ragazzi che si apprestano a fare quelle scelte che decideranno i destini del nostro Paese”.

martedì 30 agosto 2011

La forza di quelle date che uniscono un popolo e un paese

Fateci caso: ogni qual volta un nuovo potere vuole disintegrare il tessuto sociale del paese da “conquistare” come prima cosa tende a svalutarne e poi a distruggerne i simboli. L’Italia nata dalla Resistenza è divenuta per molti quasi un ricordo, gli uomini ed i partiti che l’hanno creata spariti, è sceso il buio.
Ma anche in questa oscurità il 25 aprile, il1° maggio ed il 2 giugno hanno rappresentato la sola occasione dove un popolo disorientato tornava ad essere unito, dove una platea scollegata ormai in mille sigle trovava, intonando «Bella ciao», il fattore comune dell’essere Paese, nonostante le brutture e le debolezze, ritrovava l’orgoglio di essere figli di un atto di coraggio: la Resistenza.
Bandiere le chiamano, simboli, ma sono l’essenza stessa del sentirsi uomini, nervi e sangue della democrazia. Valori e simboli “pericolosi” per il potere, perché uniscono, perché rendono forti un insieme di debolezze, per questo il governo più iniquo della storia vuole approfittare della scusa della crisi, per scardinare simbolicamente gli ultimi capisaldi del nostro paese. Spostare - per abolirli, di fatto - il 25 aprile, il 1°maggio ed il 2 giugno, non è cancellare tre “festività”, ma azzerare tre valori condivisi, libertà, lavoro e repubblica, che sono il collante della nostra nazione.
Disintegrare l’unità non solo territoriale ma soprattutto morale dell’Italia è l’obiettivo dei vari Berlusconi, Sacconi, Bossi, Calderoli e dei loro giannizzeri meridionali come Scilipoti. Uomini al servizio non dei cittadini, ma dei loro interessi personali, dei loro gruppi di potere, di un nuovo fascismo imperante figlio della disgregazione sociale in cui, anche a causa di un opposizione spesso inerte, hanno gettato l’Italia. Ma anche in questo buio c’è chi dice no, c’è chi si oppone con le armi della democrazia, che lancia segnali sperando che vengano colti.
Tra questi i docenti universitari Thomas Casadei (anche consigliere Pd), Roberto Balzani (anche innovativo Sindaco di Forlì), Sauro Mattarelli e Maurizio Ridolfi: la petizione on line che hanno lanciato invitando i cittadini alla mobilitazione "http://soppressionefestecivili.blogspot.com" sta mietendo adesioni, all’insegna di una riscossa civile, morale, sociale. Sulla stessa scia l’appello lanciato da Articolo21, immediatamente ripreso dall’Anpi, e dalla Cgil, insieme ad una scia fortissima di mobilitazione sul web. 

Come nelle rivolte arabe la rete diventa frontiera della difesa dei diritti e cardine dell’articolo 21 della Costituzione. Perché a ben vedere in un paese come il nostro sacche di “Resistenza” si creano ovunque. Per questo i “nuovi fascismi” non avranno vita facile, perché è cresciuta una generazione di “nuovi partigiani”, che non si piegano all’indifferenza: partecipano, lottano, amano e non si arrendono. Utilizzano la rete come grimaldello e le piazze come momento di aggregazione, vincono elezioni e referendum e trainano partiti che faticano ad intercettarne i nuovi bisogni di partecipazione. Come sessanta anni or sono hanno piantato il vessillo dei beni comuni e dei valori e sono disposti a difenderlo, costi quel che costi, contro tutti, anche contro i loro “interessi” personali.
Chiudete gli occhi, ascoltate: Resistenza, lavoro, solidarietà, repubblica, danno vita ad una canzone bellissima che ha un solo titolo: LIBERTA'.

Come diceva Antonio Gramsci «la rosa è viva e certamente dopo la neve fiorirà».
L’Unità/Emilia-Romagna 28.08.11

domenica 28 agosto 2011

Libero Grassi: Cara mafia, io ti sfido…

“Non sono pazzo, non mi piace pagare. Io non divido le mie scelte con i mafiosi”. È l’11 aprile 1991 e in diretta tv Libero Grassi, industriale tessile proprietario della Sigma di Palermo, racconta la sua vicenda d’imprenditore che rifiuta di pagare il pizzo alla mafia.
Il caso varca i confini della Sicilia e diventa di dominio nazionale. Il 29 agosto alle 7.30 muore in un agguato a pochi passi del portone di casa. Il killer è Salvo Madonia, figlio del boss del quartiere San Lorenzo.
Lo ammazza perché può essere un “cattivo esempio” per gli altri commercianti. Potrebbero alzare la testa anche loro. Così invece se ne stanno tranquilli.
Libero Grassi quella mattina di vent’anni fa viene ucciso due volte: da Cosa nostra e dall’indifferenza dei suoi colleghi imprenditori. Lo hanno lasciato solo e sopportato con fastidio. Perché fa “tammuriate”. Non è uno che paga e sta zitto. Come fanno gli altri.
Nessuno ha dimenticato Libero Grassi. Perché il seme della sua ribellione è germogliato. Perché se “un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, un popolo che ritrova la sua dignità è più forte di qualsiasi mafia.