giovedì 22 dicembre 2016

"...fermo come un albero, libero come un uomo " - Chico Mendes


“ …fermo come un albero, libero come un uomo ” – Chico Mendes


Il ricordo della sua esistenza è legato indissolubilmente alla lotta per il diritto alla terra ed alla dignità dei “siringueiros”, (termine di origine portoghese che indica gli operai che estraggono il lattice per la fabbricazione della gomma naturale in Amazzonia), quando un piano governativo di “sviluppo” per l’Amazzonia, ha di fatto permesso lo sfruttamento indiscriminato di terre e popolazioni, attraendo costruttori, allevatori di bestiame, compagnie di legname e nuovi coloni: non parliamo del 18° secolo né del sevaggio west, la storia è degli anni ’70…
In condizioni veramente difficili di sottosviluppo e di sfruttamento legalizzato, contro grandi interessi economici perseguiti da gente senza scrupoli, Chico Mendes organizzò un sindacato di lavoratori rurali per difendersi dalle violente intimidazioni e dalle occupazioni della terra praticati dai nuovi arrivati che stavano distruggendo la foresta e quindi togliendo ai lavoratori rurali i loro mezzi di sostentamento.
Organizzò una vera e propria resistenza non-violenta con numerosi gruppi di lavoratori rurali che formavano dei “blocchi umani” intorno alle aree di foresta minacciate di distruzione.
Azioni di contrasto che se da un lato salvarono ettari di foresta, dall’altro suscitarono la collera dei costruttori senza scrupoli, soliti risolvere gli “intoppi” sia grazie a politicanti corrotti, sia assoldando pistoleri per eliminare gli “ostacoli umani”.
E’ di questo periodo la nascita delle cosiddette “riserve estrattive”, dove i “Siringueros” hanno potuto continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e a raccogliere frutti, noci e fibre vegetali.
L'interesse internazionale si concentro' su Mendes come difensore della foresta, ma il suo ruolo come leader lo fece anche diventare l'obiettivo degli oppositori frustrati ed infuriati.
A Chico costò la vita l’essersi attivato per far divenire il suo paese natale, il Serigal Cachoeira, una riserva estrattiva, sfidando il proprietario terriero ed allevatore locale, Darly Alves da Silva, che reclamava la proprieta' della terra; Chico venne ucciso il 22 dicembre 1988.
Per almeno due anni, ci furono diverse speculazioni sugli assassini; nonostante fossero ben noti, furono considerati fuori dalla portata legale per le loro connessioni con influenti proprietari terrieri e figure ufficiali corrotte della regione - un compromesso comune nelle terre di frontiera del Brasile.
Forti pressioni nazionali ed internazionali riuscirono tuttavia a far arrivare il caso in tribunale. Nel dicembre del 1990, Darly Alves da Silva ricevette una condanna a 19 anni di prigione per essere stato il mandante dell'omicidio; suo figlio, Darci, ricevette la stessa condanna per esserne stato l'esecutore materiale.
Ma quando i media spostarono i loro riflettori, gli omicidi continuarono. Dagli ultimi anni del '70, di centinaia di omicidi di leaders sindacali e protestanti per i diritti della terra, l'unico che fu investigato completamente e che ha portato ad una condanna fu quello di Chico Mendes.
La condanna a Darly Alves da Silva fu annullata nel febbraio del 1992 dalla Corte d’Appello di Rio Branco….
“… fermo come un albero, libero come un uomo”, Chico a me piace ricordarlo come nella canzone che gli ha dedicato il Cantautore Mario Lavezzi:con un sorriso sempre luminoso, di chi è nato Siringuero, di chi muore e resta fiducioso che qualcosa cambierà…


Per la gloria
il video di una canzone di Mario Lavezzi con Gianni Bella, Mango, Raf e Riccardo Cocciante
dedicata al Sindacalista Sudamericano

se non riesci a vedere il video fai clic qui



giovedì 28 luglio 2016

Palermo, Via D'Amelio 19 luglio 1992

Palermo, Via D’Amelio 19 Luglio 1992
 
L'hanno chiamata, giustamente, guerra di Mafia. Sarebbe più esatto definirla guerra civile di Mafia, quella che ha opposto, a partire dagli anni '60, le varie cosche agli apparati di uno Stato il quale era stato (ed è) inquinato fino ai più alti livelli dalle collusioni e dagli intrecci politici e finanziari.
Una guerra civile, forse, in stand by, perlomeno nelle modalità in cui si è espressa per tutti gli anni'80 ed agli inizi degli anni '90.
Una guerra civile che ha fatto centinaia e centinaia di vittime, è bene ricordarlo, compresi tutti i servitori di uno Stato che non si è certo fatto alcun problema nel mandarli al macello, fossero semplici carabinieri o poliziotti, oppure semplici cittadini coraggiosi, o sindacalisti, uomini politici, magistrati. Il 23 maggio e il 19 luglio di quel tragico 1992 la guerra civile di Mafia segnò i più terribili punti con le stragi di Capaci e di via d'Amelio, nelle quali rimasero uccisi due dei principali protagonisti della lotta contro il potere mafioso: i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
In quei giorni più niente sembrò poter contrastare il potere e la guerra della Mafia in Italia. Questa splendida canzone di Pippo Pollina ce lo vuole ricordare, e la accogliamo doverosamente tra le Canzoni contro la Guerra.....

Il vento si dileguava in un girotondo di foglie,
l'asfalto era una lama di sole, lucido come un presagio nero.
Era l'ora del riposo, invero...
La città si truccava allo specchio, chi brindava alla gioventù,
chi senza saperlo era già vecchio, chi guardava alla tivù
la tavola di Ginevra e del Re Artù...

Io e la mia compagna più cara lisciavamo il pelo alla storia
giocandoci a dadi la memoria.
Io e la mia ammirevole amica
sul carro della nostalgia
trionfale come la vita
beffarda come la vita...

Tobia il canarino giallo sopravvissuto ai nubifragi,
come migliaia di disperati celebrava il ritorno dei Re Magi,
sulla terrazza assolata
dormi Panormo amata.

Altri cercavano l'oro per nascondere la paura,
chi sapeva attendeva in silenzio il botto dell'ultima congiura
e dell'ultima ora
l'ultima avventura

Poi d'improvviso una nube, come un lampo di finestrino,
esplose in un rombo di tuono e furono bucce di mattino.
Noi non conosciamo Italie e non vogliamo più vedere
la lunga coda di paglia degli schiavi del potere.

I messaggeri dell'indignazione arrivarono quasi subito
a cavallo delle cineprese per non sporcarsi i pantaloni,
invocando nomi e cognomi, cognomi e nomi
passò qualche cane a pisciare sui resti delle macerie,
le signore della televisione andarono in fretta dal parrucchiere
ad aggiustarsi il grugno e le rughe del sedere.

E sbocciarono fiori tristi sui prati muti della speranza,
vennero frotte di turisti a cercare la morte in vacanza.
Quel giorno scomparvero in tanti sulle ali della rivolta
quel giorno volaron le rondini per l'ultima volta.

Io e la mia compagna più cara cercavamo nell'ombra il cammino
che conduce dove regna il silenzio, il gioco della vita e del destino.

 


venerdì 3 giugno 2016

Il reato di depistaggio nel nostro ordinamento

Il reato di depistaggio nel nostro ordinamento

Nonostante la storia d’Italia sia stata insanguinata da numerose stragi, ad oggi non esiste nell’ordinamento repubblicano il reato proprio di depistaggio per colpire quei poteri che hanno fatto e fanno delle omissioni, dell’occultamento, della distruzione di prove uno strumento chiave per nascondere la verità.
Il 26 maggio il Senato ha approvato con modifiche, il “ddl” che introduce nel codice penale il reato di “frode in processo penale e depistaggio” che prevede pene detentive fino a 12 anni per i pubblici ufficiali qualora venga commesso nel corso delle indagini per i reati di associazione mafiosa, sovversiva, terroristica, attentato contro il Presidente della Repubblica, strage, scambio politico-mafioso, insurrezione armata, banda armata, traffico di armi ed altri delitti.
Un ddl atteso da anni dalle associazioni dei familiari delle vittime di mafia, delle stragi, che rimanda ad alcuni snodi cruciali della storia recente italiana: dalla vicenda di Piazza Fontana a all'attentato alla stazione di Bologna, dalle stragi mafiose al caso Moro, a Ustica.
Fino ad oggi, alle diverse condotte di depistaggio - inqualificabili per gravità politica e morale - non hanno mai corrisposto sanzioni adeguate, limitandosi l’ordinamento a prevedere per casi simili i reati di falsa testimonianza, omissione o soppressione di atti d’ufficio, senza evidenziare le conseguenze che tali condotte hanno, sul piano penale e della verità.
Questa sembra sia la volta buona: il Decreto torna ora alla Camera per il “si” definitivo, che inasprisce anche le pene per fattispecie già previste, dovrebbe arrivare entro l’estate, secondo le previsioni dei parlamentari proponenti.
La nuova fattispecie di reato punirà il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che “al fine di impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale immuta artificiosamente il corpo del reato ovvero lo stato dei luoghi, delle cose o delle persone connessi al reato…afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito.
Se il fatto è commesso mediante distruzione, soppressione, occultamento, danneggiamento, in tutto o in parte, ovvero formazione o artificiosa alterazione, in tutto o in parte, di un documento o di un oggetto da impiegare come elemento di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento, la pena è aumentata da un terzo alla metà.” [ il testo è consultabile su http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00976361.pdf ]
Nello stesso testo dopo “il bastone”, “la carota”: la pena è diminuita dalla metà fino ai 2/3 nei confronti di colui che "si adopera per ripristinare lo stato originario dei luoghi, delle cose, delle persone o delle prove, nonché per evitare che l'attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori – ovvero per chi aiuta – concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto oggetto dell'inquinamento processuale e depistaggio e nell'individuazione degli autori".
Non solo, la norma prevede anche “un giro di vite” che, alla luce di fatti delittuosi di questo tipo rimasti impuniti riferiti a personaggi tristemente noti, necessitava nel nostro ordinamento: l'interdizione perpetua dai pubblici uffici; pena accessoria che si applicherà anche quando il pubblico ufficiale o l'incaricato sono cessati dall'ufficio o dal servizio.
Leggendo le previsioni di questa nuova normativa, tornano alla mente fatti storici e personaggi tristemente noti che hanno contornato delitti di mafia, stragi, incidenti aerei, il processo senza fine sulla presunta trattativa Stato-mafia, che ha visto coinvolti anche uomini delle Istituzioni repubblicane di altissimo livello…
La norma in approvazione in linea di massima è condivisibile, trovo tuttavia che prima di inasprire le pene già previste nel nostro ordinamento bisognerebbe renderle effettive. È del tutto inutile inasprire le pene teoriche se il sistema fa acqua!
Rendere effettive le pene sicuramente restituirebbe fiducia nel sistema: per punire chi si macchia di reati così odiosi è bene che si costruiscano nuove carceri e prevedere lavori forzati di pubblica utilità che assicurino un risarcimento e siano utili alla vita dello Stato.

lunedì 20 gennaio 2014

La bieca abitudine di riabilitare i potenti


La bieca abitudine di riabilitare i potenti…

[Andrea Scanzi – Giornalista]
Questo paese è incredibile. Basta morire e i peccati di colpo paiono assolversi. Così, adesso, c'è già chi riabilita il signore della guerra Ariel Sharon: "Un leader contraddittorio", "nella sua storia ci sono errori ma anche grandi gesti", "l'uomo che comunque cercò la pace benché in maniera oltranzista". E' uno scherzo? Il massacro di Sabra e Chatila è già stato dimenticato? Sidun di Fabrizio De André l'ho ascoltata solo io?
Ecco, tra i tanti, il racconto di una giornalista del Daily Mail: «Nella mattinata di sabato 18 settembre 1982, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L'odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l'uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore». Le truppe israeliane di Sharon permisero quel massacro, che vide la morte di un numero tuttora imprecisato di civili palestinesi (chi dice 400, chi 3500).
Sabra e Chatila erano due campi profughi, controllati in territorio libanese dall'esercito israeliano. Prima dell'eccidio, l'esercito di Sharon (Ministro della Difesa) chiuse quei campi, affinché falangisti e milizie cristiano-maronite libanesi potessero comodamente infierire su donne, anziani e bambini, con la scusa della vendetta per l'assassinio di Bashir Gemayel, fondatore delle Falangi e Presidente della Repubblica del Libano ucciso pochi giorni prima in un attentato.
Fu Sharon, come Ministro della Difesa, a decidere di invadere il Libano.
Fu Sharon, benché responsabile "indiretto" a Sabra e Chatila (a uccidere concretamente furono i falangisti), "ad aver ignorato il pericolo di spargimento di sangue e di vendetta" e a "non prendere misure appropriate per evitare spargimento di sangue".
Fu sempre Sharon, nel 2000, a scatenare la Seconda Intifada, con la famosa "passeggiata" plateale nella Spianata delle Moschee a Gerusalemme (tradizionalmente controllata dai palestinesi).
Questa bieca abitudine di riabilitare tutti i potenti è una prassi intellettualmente oscena. Il rispetto si merita, e per questo non si può avere nei confronti di chi non è stato semplicemente un uomo "contraddittorio e in chiaroscuro", come leggo ora anche in editoriali illustri, ma ha bensì sulla coscienza migliaia di morti. I garantisti, comicamente, sostengono adesso che Sharon fu in qualche modo "assolto" dopo le indagini della Commissione Kahan. Non esattamente: la Commissione arrivò a queste conclusioni nel 1983: "Abbiamo stabilito che il ministro della Difesa [Ariel Sharon] ha la responsabilità personale".
E' vero poi che, molti anni dopo, Israele si oppose al tentativo belga di incriminare Ariel Sharon; a causa delle pressioni internazionali, il parlamento belga rivide la legge sulla universalità della competenza e a quel punto la Corte di Cassazione del Belgio si trovò costretta ad archiviare la posizione di Sharon.
Io ho pianto quando è morto Vittorio Arrigoni, non certo per Sharon.
A chi ribatte che "ultimamente Sharon era moderato", faccio notare che è vero, sì, ultimamente era più moderato, ma solo perché da otto anni era in coma!
(per non dimenticare l’olocausto Palestinese)
http://youtu.be/tnB7hSK41o4

“Sidone è la città Libanese che ci ha regalato oltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata dopo l’attacco delle truppe del generale Sharon nel 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato…
Quindici anni senza Fabrizio.
Ma è bello oggi come ieri continuare a pensare che "dove finiscono le sue dita debba in qualche modo incominciare una chitarra…."

martedì 12 novembre 2013

Guernica

GUERNICA - Una strage della quale anche i fascisti italiani sono responsabili

Oggi accadde: 10 novembre 1937 – Pablo Picasso espone a Parigi Guernica ! Il quadro dovrà essere portato in Spagna “soltanto quando tornerà la democrazia
Versione “a colori” del quadro realizzata dai ragazzi della scuola media di Pomarance (PI) - “M.Tabarrini”

A quasi settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale rimangono ancor oggi impunite le tante stragi nazifasciste di cui si macchiarono appartenenti delle SS delle Brigate Nere, ma anche reparti regolari degli eserciti di Hitler e Mussolini in quel conflitto.
Sono quelle stragi di cui si parla nei fascicoli ritrovati “nell’armadio della vergogna” tenuti nascosti presso la procura militare di Roma e di cui si è occupata una commissione di inchiesta della quale faceva parte l’on. Carlo Carli che intervistato dal Tg.3 il 23 aprile 2005 affermava: -“Si sta facendo avanti un’ipotesi inquietante su questo episodio di insabbiamento, quella della mano della organizzazione segreta NATO della GLADIO . Molti di quei nomi di brigatisti neri coinvolti nelle stragi riportate in quei fascicoli, negli anni cinquanta furono reclutati segretamente dai servizi ( segreti americani ed italiani N.d.r) per far parte della rete NATO della Gladio. In cambio di ciò ottennero la non punibilità…”.
Purtroppo c’è da aggiungere che il pietoso velo, che ha nascosto per decine di anni le malefatte dei nostri militari, ha goduto della complicità di una sinistra istituzionale che vedeva le nostre FFAA come garanti della Costituzione e quindi da non criticare per il loro passato operato, anche se in un contesto sicuramente travagliato quale quello del bellicismo fascista.
-“Il mito del “buon italiano” non va infranto!”-
Così il silenzio di decenni su quanto avvenuto in Africa Orientale ed in Libia, ma anche in Albania, Yugoslavia e in Grecia, sul negare l’uso dei gas contro gli etiopici, sulla tortura contro libici o slavi indifferentemente, ritenuti esseri inferiori al pari dell’operato dei nazi contro ebrei o zingari.
Fatti avvenuti in “contesti residuali” in posti dai luoghi con nomi quasi impronunciabili e dei quali nessuno ricorderebbe ma, forse su di un posto dal nome da tutto il mondo ritenuto altamente simbolico, come quello di Guernica e ci sarebbe qualcosa da ribadire, sfatando tanto perbenismo col quale si è voluto nascondere il ruolo di macellai ed aiuto macellai da parte delle Forze Armate italiane fasciste in quella che fu la guerra civile spagnola.

GUERNICA…
Un nome che evoca l’Albero di Guernica simbolo della libertà del popolo basco… ma anche il quadro di Picasso divenuto l’urlo pittorico contro l’infamia della Guerra ed in particolare quella aerea condotta contro le città, antesignana dell’olocausto nucleare e della guerra imperiale robotica che uccide solo a causa di danni collaterali ma portatrice di civile democrazia occidentale .

Un po’ di storia…
Nella primavera del 1937 il generalissimo Franco non avendo potuto sfondare il fronte repubblicano di Madrid, decise di attaccare al Nord dove repubblicani e baschi erano più deboli. Migliaia di fascisti spagnoli ed italiani, appoggiati da cannoni ed una flotta aerea di potenza inusitata, forte di 163 velivoli di cui 74 tedeschi, 73 italiani e 16 spagnoli, attaccarono con ferocia inaudita i difensori della repubblica spagnola.
Sistematicamente, per poter ridurre al silenzio le difese repubblicane, i nazifascisti usarono i bombardieri nel colpire depositi militari , nodi ferroviari e stradali, caserme e centri industriali senza nessuna pietà per una popolazione che, sino a quel momento, non aveva avuto nessuna esperienza di bombardamento aereo e quindi incapace di difendersi.
In questo contesto gli italiani con l’aviazione legionaria fecero la loro parte.
0re 07.30 del 31 marzo 1937, dalla base di Soria (Castiglia) decollano due squadriglie di trimotori italiani S.81 “incaricate di distruggere i depositi e colpire le truppe presenti negli abitati “ di Durango ed Elorrio…” recitano le carte dell’Archivio Ufficiale dello Stato Maggiore Aeronautica italiana.
Otto S.81 attaccano Elorrio e nove Durango.

In quest’ultima città il punto di mira è l’incrocio stradale al centro della città. Quando il fumo e la polvere si dispersero di Durango era rimasto ben poco. La città densamente abitata e non dotata di rifugi antiaerei era stata colpita a morte, ottanta i civili uccisi decine i feriti, colpite anche le chiese con il convento di Santa Susanna e la parrocchia di Santa Maria de Uribarri totalmente distrutti.

Prove tecniche di Guernica
Nonostante questo macello gli ufficiali italiani della 213a e della 214a squadriglia da bombardamento ritennero opportuno fare definitivamente piazza pulita di questa piccola cittadina basca posta sulla direttrice di attacco verso Bilbao e alle 15.30 sempre di quel maledetto 31 marzo un’altra ondata di S.81 tornò su Durango centrando la stazione ferroviaria con 36 bombe dirompenti da 100 kg.
Nonostante le proteste levatesi in tutta Europa su questa strage di civili i nostri “valorosi piloti” continuarono questa pratica come nel caso del 2 aprile quando colpirono il piccolo centro di Manaria.

26 Aprile 1937 - GUERNICA
Sotto l’effetto duplice dell’attacco terrestre e di feroci bombardamenti dall’alto il fronte basco incomincia a cedere e Guernica posta al centro di uno snodo stradale, dove si dirigono le truppe repubblicane in ritiratasi, si trova ad essere presa di mira dall’aviazione fascista italiana e dei nazisti della Legione Condor.
Il piano per quella sciagurata giornata è diabolico : colpire gli ingressi della città chiudendo ogni via di evacuazione e poi attaccare in massa quella città ribelle, simbolo antico di democrazia e libertà, cancellandola definitivamente.

Il ruolo degli italiani
Alla sezione bombardamento veloce della 280a squadriglia , dotata di tre modernissimi S.79 (i famosi gobbi maledetti), toccherà fare da apripista nel colpire la strada ed il ponte ad Est di Guernica , mentre le squadriglie da caccia del 16° Gruppo su biplani Fiat CR 32 forniranno la scorta agli Junkers 52 nazisti che devono radere al suolo la città.

Gli italiani sapevano…
Cosa sarebbe successo a quella piccola città era noto a tutta la catena di comando militare italiana, la stessa che riuscì a mantenere all’oscuro l’opinione pubblica del dopoguerra sulle sue complicità alla strage.
Narra l’allora tenente pilota Corrado Ricci comandante di una pattuglia di caccia di scorta italiani:
“-Guernica è un caposaldo importante… il 26 aprile ricevo l’ordine di andare a scortare una formazione di diciassette Junkers che debbono colpire quel centro”…-

Gli eventi
Ore 16.30 su Guernica arrivano puntuali gli italiani che sganciano 36 bombe da 50 Kg che mancheranno il ponte ma colpiranno la stazione ferroviaria.
Poi giungono tre He.111 tedeschi che sganciano il loro carico di morte, poi arrivano caccia tedeschi e spagnoli che mitragliano le vie della città colpendo indifferentemente civili e militari e costringendo a nascondersi negli edifici gli abitanti della città.
Ore 18.30 arrivano 18 trimotori Junkers 52 ( i famosi bombardieri che gli italiani dovevano scortare) che sganciano sulle case della cittadina basca 23 tonnellate di bombe tra le quali 5000 spezzoni incendiari alla termite che faranno delle povere case e dei loro abitanti un orrendo rogo.

Il bilancio
Non si è mai saputo quante fossero effettivamente le vittime alcuni parlano di 1600 morti ed un migliaio di feriti, altri di circa trecento morti e oltre mille feriti, comunque sia quella strage divenne il simbolo della guerra moderna e motivo di esempio da prendere quando si vuole annientare la resistenza dell’avversario.
Un esempio replicato dai signori della guerra nazisti su Varsavia o Rotterdam ma anche dalle “democratiche” aviazioni inglesi ed americane con i roghi di Amburgo, Berlino, Milano, Tokyo e poi l’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki ed ancora l’orrore dei bombardamenti sul Vietnam, l’uso del napalm e dei gas defolianti, ed infine quello degli aerei e dei missili invisibili della moderna Aviazione Imperiale che uccidono ufficialmente solo i cattivi.

Ecco perché è giusto ricordare le mille Guernica provocate dalla follia omicida del Capitale imperialista e globalizzatore, mantenendo vivo lo spirito della Resistenza che prese a riferimento quel solitario albero della libertà, piantato al centro di quella piccola cittadina basca.
[Antonio Camuso]

sabato 28 settembre 2013

Il 12 ottobre in piazza per la Costituzione, Don Ciotti: “Indignarsi non basta più"

Il 12 ottobre in piazza per la Costituzione, Don Ciotti: “Indignarsi non basta più"

"La difesa della Costituzione è innanzitutto la promozione di un'idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. Non è la difesa di un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa".
Sono questi i principi base dell'appello  (vedi...) lanciato da Don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky e Lorenza Carlassare l'8 settembre scorso a Roma durante un'assemblea gremita di cittadini, associazioni, comitati, realtà politiche e sociali, chiamando tutti alla mobilitazione nazionale di sabato 12 ottobre a Roma perché solo con un consapevole e diffuso impegno civile di tutti per l'attuazione reale dei valori e dei principi democratici che la Carta Costituzione racchiude, si potrà rendere viva e attuale la Carta.
Il 24 settembre si è svolta invece la conferenza stampa verso la manifestazione del 12 ottobre in una sala affollata di giornalisti e rappresentanti di associazioni. Vi hanno preso parte alcuni tra i promotori dell'appello "la via maestra" Don Luigi Ciotti, Stefano Rodotà, Maurizio Landini, insieme a Sandra Bonsanti.
La manifestazione non è la conclusione, ma l’avvio di un percorso – promette il segretario della FIOM, Landini che metterà assieme tutte le persone che vogliono cambiare il Paese applicando i principi e i valori della Carta”.
Alla conferenza stampa di presentazione dell’evento ha partecipato anche Don Ciotti, fondatore di Libera: “L’indignazione non basta più – ha detto – Per prenderci cura della Costituzione serve un’altra risorsa: serve il disgusto per quello che succede oggi nel nostro Paese”.
Sandra Bonsanti ha parlato dell’ipotesi di un referendum per cancellare la modifica dell’articolo 138 della Costituzione: “Bisogna che in Parlamento non ci sia una maggioranza di due terzi. Ci appelleremo ad alcuni deputati del Partito democratico. In tal caso raccoglieremo le firme per il referendum”. Per abrogare quella che Stefano Rodotà definisce “una clamorosa violazione di una delle norme di garanzia”. “La Costituzione – conclude il giurista – non si manipola per ragioni politiche e strumentali”.

E' mobilitazione !
Sarà dunque Piazza del Popolo a Roma, il 12 ottobre, ad ospitare la manifestazione del movimento per la difesa e l’applicazione della Costituzione lanciato nelle scorse settimane da giuristi, giornalisti, intellettuali e decine di associazioni.

La Costituzione è la via maestra (Tonio Dell'Olio)
Non credete a quelli che vi dicono che la nostra Costituzione è vecchia ed acciaccata ed ha bisogno d'essere ammodernata. Non è un'operazione di chirurgia plastica della Carta Costituzionale che rende più efficiente questo Paese, quanto semmai la reale volontà politica di mettere da parte interessi individuali e di gruppo e lavorare per il bene comune. Proprio come ci insegna la Costituzione. Non credete a chi sbandiera la necessità, addirittura urgente, di riformare la Costituzione perché gli scenari sono cambiati e il mondo è molto diverso rispetto a 60 anni fa. Piuttosto quella Costituzione va applicata correttamente e coraggiosamente perché resti la bussola della vita della comunità nazionale e non si faccia soppiantare dai diktat dei mercati, delle oligarchie economiche e di altri poteri che non siano quelli previsti da un ordinamento democratico. Oggi sono arrivati a proporre lo smantellamento dell'art. 138 che regola proprio i meccanismi di cambiamento della Costituzione per usarlo come grimaldello della rapina di democrazia che qualcuno teorizza e vuole operare. Per queste ragioni diventa importante aderire all'appello "La via maestra" (costituzioneviamaestra.it) e partecipare alla manifestazione del 12 ottobre a Roma. Una prova di democrazia dal basso. Uno scatto di dignità diffuso e avvertito diventa forza autentica di cambiamento. E questo è ciò di cui abbiamo realmente bisogno.
Ulteriori notizie, dettagli sulle iniziative, materiale divulgativo li trovate su:

mercoledì 18 settembre 2013

Vent'anni fa Don Pino Puglisi

Io sono venuto quì per aiutare la gente per bene a camminare a testa alta...

 
Sono parole di Don Pino Puglisi e credo che se Cristo fosse stato suo contemporaneo, nel quartiere Brancaccio di Palermo, non avrebbe fatto o detto una cosa tanto diversa…
La storia di Don Pino Puglisi è quella della Chiesa migliore, quella fatta di parroci che svolgono un ruolo fondamentale in un contesto sociale come quello di Brancaccio e di tanti altri luoghi in cui la criminalità ha sempre avuto una fortissima influenza su tutto; è la dimostrazione che la mafia ha paura di chi diffonde la cultura antimafia assumendosi la responsabilità di proteggere i bambini ed i ragazzi, senza nascondersi o tirarsi indietro mai, nemmeno di fronte alla certezza di essere eliminati.
Il 20° anniversario dell’uccisione di don Pino Puglisi (15 settembre), porta con sé un elemento di gioia: la sua beatificazione proclamata il 25 giugno scorso nella splendida cornice del Foro Italico di Palermo; quel 15 settembre Don Pino compiva 56 anni, ad attenderlo, un commando formato da Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone. A fare fuoco fu Salvatore Grigoli, detto “u’ cacciaturi”, su ordine dei boss del quartiere, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.
E’ stato proprio Grigoli, arrestato nel 1997 dopo una lunga latitanza e dopo essere sfuggito a una trappola mortale ordita da Cosa Nostra, a fare luce sull’omicidio. Il killer, dopo avere confessato e chiamato in causa i complici, ha iniziato un cammino di conversione.
Nel ricordo del suo impegno, innumerevoli sono le scuole, i centri sociali, le strutture sportive, le strade e le piazze a lui intitolate a Palermo, in tutta la Sicilia, in Italia. Commemorazioni e iniziative si sono tenute anche all’estero, dagli Stati Uniti al Congo, all’Australia.
In questi anni la sua figura è uscita dalla discrezione e riservatezza in cui lui stesso amava vivere ed operare e la sua storia e la sua testimonianza sono divenute patrimonio della chiesa e del mondo. Il dato più visibile e concreto del suo martirio è racchiuso nel continuo pellegrinaggio che tanti continuano a fare sulla sua tomba, posta momentaneamente nella cattedrale di Palermo. L’assassino di Padre Puglisi si colloca accanto ad altri delitti che hanno ferito e scosso profondamente la coscienza collettiva e faccio riferimento innanzitutto, ma non solo, all’uccisione del generale Dalla Chiesa e di Libero Grassi, persone che volevano solo svolgere il loro mestiere, il loro compito nella legalità: affinità che colgo perché sono stati, nel momento del loro tragico destino, uomini soli, materialmente e moralmente.