giovedì 15 settembre 2011

« …io sono venuto qui per aiutare la gente per bene a camminare a testa alta…»

Sono parole di Don Pino Puglisi e credo che se Cristo fosse stato suo contemporaneo, nel quartiere Brancaccio di Palermo, non avrebbe fatto o detto una cosa tanto diversa…
La storia di Don Pino Puglisi è quella della Chiesa migliore, quella fatta di parroci che svolgono un ruolo fondamentale in un contesto sociale come quello di Brancaccio e di tanti altri luoghi in cui la criminalità ha sempre avuto una fortissima influenza su tutto; è la dimostrazione che la mafia ha paura di chi diffonde la cultura antimafia assumendosi la responsabilità di proteggere i bambini ed i ragazzi, senza nascondersi o tirarsi indietro mai, nemmeno di fronte alla certezza di essere eliminati.
« Me l'aspettavo ». Furono le ultime parole pronunciate dal parrocco di Brancaccio 18 anni fa davanti alla pistola impugnata dal suo assassino Giuseppe Grigoli, quel giorno compiva 56 anni.
Queste parole proprio a rimarcare (qualora ce ne fosse stato ancora bisogno), la sua consapevolezza di essere il primo bersaglio dopo Falcone e Borsellino per via della sua posizione contro la mafia che non è riuscita, con il suo assassinio, né a fermarlo né a cancellarlo dalla memoria delle persone.
Nel gennaio 1993 aveva aperto il centro "Padre Nostro", diventato in breve tempo punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere. La sua attività pastorale - come è stato ricostruito anche dalle inchieste giudiziarie - ha costituito il movente dell'omicidio.
I killer erano dunque attesi dal sacerdote che era consapevole del pericolo al quale si era esposto con la sua azione di recupero dei giovani del quartiere sottratti al dominio del clan dei Graviano.
Gli esecutori e i mandanti mafiosi, legati alla cosca mafiosa di Filippo e Giuseppe Graviano, sono stati condannati con sentenze definitive: ergastolo per i Graviano, Gaspare Spatuzza (che spalleggiava il killer e poi ha raccontato i retroscena del delitto), Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone.
Oltre a Spatuzza anche Grigoli è diventato collaboratore giustizia: la sua scelta, che ha preceduto quella di Spatuzza, gli è valsa una condanna a 16 anni.
Nel 1999 il cardinale Salvatore De Giorgi ha aperto la causa di beatificazione proclamando padre Puglisi "servo di Dio". La prima fase del processo si è conclusa nel 2001; da allora il fascicolo è all'esame della Congregazione per le cause dei santi in Vaticano.A_testa_alta
La sua storia è raccontata nel film di denuncia sociale “Alla luce del sole” del 2005 diretto da Roberto Faenza, dove il ruolo di Don Pino è interpretato da Luca Zingaretti e con il libro “A testa alta” scritto nel 2003 da Banca Stancanelli.
Perché continuare allora a parlare di Don Puglisi, in fondo la sua opera è stata raccontata, assassini e mandanti sono stati assicurati alla giustizia…. Sicuramente perché è una necessità: dal suo insegnamento emerge una ineguagliabile lezione d'amore per la giustizia e la non violenza, insieme a un forte messaggio pedagogico. Don Pino è stato ucciso perché la mafia non poteva tollerare l’amore e l’impegno con cui egli si dedicava a sottrarre i giovani alla strada, alla malavita e farlo a Brancaccio per loro rappresentava “un cazzotto nello stomaco”…
La testimonianza che Salvatore Grigoli, l’assassino di don Puglisi, ha reso pubblicamente dopo essersi convertito, conferma che, per estirpare la mafia non basta il coraggio delle forze dell’ordine dei politici e dei magistrati onesti… La forza per sconfiggere la mafia è l’impegno civile, sociale, l’amore per se stessi, per la propria gente, per la propria terra, che può e deve trasformare le coscienze, cambiare la mentalità, la cultura e la vita.
Palermo ricorda Don Puglisi nel 18° anniversario del suo assassinio il 14 Settembre con una fiaccolata a Brancaccio promossa dalla parrocchia San Gaetano; il 15 Settembre In mattinata sarà proiettato il film "Alla luce del Sole" nella casa circondariale "Pagliarelli" alla presenza del regista Roberto Faenza, alle 18 in cattedrale il cardinale Salvatore De Giorgi presiederà una solenne celebrazione eucaristica e alle 21 andrà in scena un concerto dell'orchestra sinfonica siciliana che eseguirà un brano teatrale su padre Puglisi di Salvo Piparo.

sabato 10 settembre 2011

Quale 11 settembre….

Non lo ricordo, non potrei ricordarlo, quel terribile 11 settembre di 38 anni fa, avevo solo 9 anni…
Ricordo però un manifesto in bianco e nero alla Radio, l’immagine e la frase e di un uomo coraggioso: «Sono pronto a resistere con ogni mezzo, anche a costo della vita, in modo che ciò possa costituire una lezione nella storia ignominiosa di coloro che hanno la forza ma non la ragione…» - Salvador Allende
1970 - La coalizione di sinistra Unidad Popular (che raggruppa Partito Socialista, Partito Radicale, Partito Comunista e Movimento de Acciòn Popular Unitario con l'appoggio esterno di tutti i sindacati) vince le elezioni in Cile.
Il candidato si chiama Salvador Allende Gossens, prende più voti di tutti e il Congresso Nazionale ratifica la sua elezione a presidente.
E' il primo candidato marxista ad essere eletto democraticamente in un paese del Sudamerica, un fatto incontrovertibile. Per il momento Nixon non può farci niente.
La posizione degli Stati Uniti in merito allo svolgersi della legislatura di Unidad Popular, viene ben espressa dal segretario di stato Henry Kissinger durante le elezioni: "L'irresponsabilità di un popolo scellerato che pone le basi per il socialismo, non deve essere tollerata. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati soli a decidere....".
E' solo questione di tempo, se Allende vuole modificare fattivamente la situazione del paese deve fare in fretta.
Allende riesce in breve a farsi amare dal popolo e odiare da tutti quegli imprenditori, stranieri e cileni, i cui interessi vengono fortemente minati dalle sue politiche. Nazionalizzazione delle miniere di rame, delle principali industrie e dei latifondi di proprietà straniera, riforma agraria, sospensione del pagamento del debito estero, tassa sulle plusvalenze e aumento dei salari di base.
Il 1973 è l'anno della fine. Il prolungato sciopero dei camioneros, foraggiati dalla CIA, e diversi tentativi di colpo di stato mettono il governo in ginocchio. Il tentativo del presidente è di placare il malcontento dei militari con diversi rimpasti che li includano nel governo.
L' 11 settembre un golpe militare appoggiato da Stati Uniti, esponenti di ceti elevati, vertici della Chiesa cattolica cilena, rovesciò il governo legittimo di Allende.
Il golpe, guidato da Augusto Pinochet, appena nominato generale dallo stesso Allende, pose fine alla via cilena per il socialismo e alla speranza che una rivoluzione potesse ancora darsi per mezzo delle istituzioni dello Stato.
Pinochet governò il Paese da dittatore dall'11 settembre 1973 fino all'11 marzo 1990; durante la sua dittatura militare venne attuata una forte repressione dell'op-posizione, ritenuta un vero “democidio”.
 La tortura contro i dissidenti era pratica comune. I dissidenti assassinati per aver pubblicamente parlato contro la politica di Pinochet venivano definiti "desapparecidos” (scomparsi). Non si sa esattamente quanta gente sia stata uccisa dalle forze del governo e dei militari durante i diciassette anni che rimase al potere ma la “Commissione Rettig”, voluta dal governo democratico succeduto alla dittatura, elencò ufficialmente 2.095 morti e 1.102 "scomparsi".
L'ultimo computo aggiornato, presentato nell'agosto 2011 da una commissione incaricata dal governo, porta il numero totale delle vittime a 40.018 di cui circa 3000 oppositori politici e 130.000 arrestati in maniera arbitraria. Tra le vittime, ucciso nello Estadio Nacional de Chile insieme a molti altri, anche il regista e cantante Víctor Jara, senza contare le decine di migliaia di cileni lasciarono il Paese per sfuggire al regime.
Pinochet lasciò ufficialmente il potere solo nel 1990, rimanendo però capo delle forze armate fino al 1998. Divenne poi senatore a vita, godendo dell'immunità parlamentare.

I rapporti con il Vaticano 

Papa Giovanni Paolo II visitò il Cile nell'aprile 1987 e incontrò Pinochet. A volere fortemente quel viaggio l'allora nunzio apostolico nel Paese sudamericano Angelo Sodano.

Polemiche in tutto il mondo ci furono per l'affacciarsi giulivo del Papa al balcone del Palazzo della Moneda con il generale sanguinario e la benedizione impartita, nel cortile interno dello stesso palazzo ai funzionari del suo governo.
Il 18 febbraio del 1993 giunsero a Pinochet due lettere di auguri da parte del papa Wojtyła e del Segretario di Stato Angelo Sodano in occasione della ricorrenza delle sue nozze d'oro.
Nell'ottobre del 1998, mentre si trovava a Londra, Pinochet fu arrestato su mandato del governo spagnolo, per crimini contro l'umanità, per la sparizione di cittadini iberici; la magistratura spagnola indagava sul ruolo di Pinochet nella Operazione Condor, il piano concordato negli anni settanta tra le dittature latinoamericane e gli Stati Uniti d'America per reprimere le derive progressiste del continente.
Pinochet non fu però mai condannato per motivi di salute: rientrò in Cile, dove riuscì ad evitare i processi e dove morì nel 2006.


link fonti:
Video: “Ellas danzan solas” di Sting
Video: “Il giorno del Falco” di Pippo Pollina
Video: “Salvador” dei Nomadi

mercoledì 7 settembre 2011

Un treno di donne per salvare la nostra Costituzione

La proposta di modifica dell'articolo 1 della Costituzione presentata da un semisconosciuto deputato pidiellino è qualcosa di più di una proposta ad personam.
Una trovata tutta berlusconiana; la tecnica è sempre la stessa: quella dei “peones anonimi” che vengono mandati avanti in solitario per proporre le leggi ad personam… se poi va male….(reazione forte) beh, perché prendersela tanto, rimane pur sempre la proposta di uno sconosciuto “peone”.
Era il mese di aprile di quest’anno, lo sconosciuto di turno: il Deputato Remigio Ceroni; mission: nuova proposta Pdl anti toghe, Consulta e Quirinale, presentata il 18 aprile sotto forma di proposta di legge per riformare l’articolo 1 della Costituzione: la proposta, ribadendo la centralità del Parlamento, mette infatti all'angolo Capo dello Stato e Consulta.
La tecnica “dei peones” non dovrebbe esservi del tutto sconosciuta, l’esecutivo ne ha fatto spesso uso, è dai tempi della prima legge sulla riduzione dei tempi di prescrizione che le cose, vanno avanti così.
Ad inaugurare la stagione fu Melchiorre Cirami. Presentò una legge su quello che poi gergalmente fu chiamato “legittimo sospetto e rimessione del processo”, per consentire una più agevole ricusazione di un collegio giudicante nel caso di “forte turbativa” al sereno svolgimento del procedimento. Il buon Melchiorre, insomma, fu il primo che ci mise la faccia. Poi arrivò Edmondo Cirielli, che mise su un bel papocchio per cambiare il codice penale là dove si parlava sempre di prescrizione, inventandosi un meccanismo per diminuire i termini di prescrizione ed aumentare le pene per i recidivi e per i delitti di associazione mafiosa e usura. Finì in un tale vortice di critiche che, alla fine, decise di ritirare la firma dalla legge che, comunque, fu puntualmente approvata e passata alla storia con il nome di “ex Cirielli” perché Edmondo decise di togliere la firma.
Alla Camera, il più profilico presentatore di leggi pro Silvio è Luigi Vitali del Pdl. A lui si deve la presentazione prima della prescrizione breve, poi diventata parte integrante del processo breve e da poco approvata…, è stato sempre lui a firmare una vera perla nell’immaginario delle leggi personali berlusconiane: l’ingiusta intercettazione, una misura stra-punitiva per i magistrati (e per i giornalisti) palesemente incostituzionale, ma capace di diventare emendamento ad hoc all’interno della legge sulle intercettazioni… beh l’elenco sarebbe lungo, esattamente come quello delle “leggi ad personam”…
Ed ora tocca alla Costituzione. Nessuno si era ancora spinto al punto di chiedere la modifica della prima parte della nostra Costituzione, peones o no questo rappresenta un campanello d'allarme da non sottovalutare!
L'idea del Treno delle donne per la Costituzione alla volta di Roma per presidiare il Parlamento a difesa della Costituzione, è nata dopo l'annunciata modifica dell'art. 1 della Carta costituzionale, dal confronto tra le donne della Rete delle Donne Siciliane Per la Rivoluzione Gentile, che ne è la Promotrice.
Gli Italiani hanno già bocciato a maggioranza con il Referendum del 2006 le scellerate riforme volute dal precedente esecutivo di destra e non si può far finta che ciò non sia successo e tornare allegramente a stravolgerla!
Il treno delle donne attraverserà l’Italia partendo da Nord (Milano) e da Sud (Palermo)


L'evento avrà un prosieguo, con la partecipazione alla marcia per la Pace Perugia-Assisi del 25 settembre 2011





lunedì 5 settembre 2011

Omicidio Vassallo, un anno fa il delitto irrisolto del “Sindaco pescatore”

Il ricordo e la rabbia in alcune dichiarazioni rilasciate ad “ADNKRONOS” dal figlio Antonio e dall’attuale Sindaco Pisani.
Il 5 settembre di un anno fa veniva assassinato il sindaco di Pollica Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” che in tre mandati ha trasformato il suo paese di 2mila abitanti nel cuore del Cilento in una località turistica capace di ottenere per diversi anni consecutivi le '5 vele' di Legambiente e la Bandiera blu della Fee. A un anno dalla sua morte, avvenuta in un agguato camorristico che lo ha colto mentre rientrava nella sua casa nella frazione di Acciaroli, non è ancora emersa la verità sul delitto.
All'ipotesi, sorta fin dal primo momento, di un agguato di stampo camorristico, se ne sono aggiunge col tempo altre: "Prima la figlia di un poliziotto, poi il locale notturno, tante storie che a volte ci hanno dato l'impressione di vivere in un film. La verità non la devono solo a noi ma anche a lui, che è stato lasciato solo allora e così rischia di esserlo una seconda volta ", aggiunge Antonio, che con la fondazione “Angelo Vassallo sindaco pescatore”, mantiene viva la memoria del padre e porta avanti i progetti che l'ex sindaco di Pollica ha lasciato incompiuti.
"Mio padre - spiega Antonio Vassallo - aveva intorno a sé una squadra di persone, non amministratori o politici quanto tecnici e avvocati, tutti amici legatissimi tra loro che facevano tutto quello che potevano fare per lui e per Pollica, senza nessuna retribuzione. Non era un team organizzato, ma qualcosa che veniva naturale. Erano queste le persone a lui vicine, mentre lo Stato lo ha lasciato solo: lo continueremo a dire anche se è qualcosa che non si vuol sentire e che fa girare il muso. Spesso ha chiesto aiuti che non ha avuto, parlo di politici, forze dell'ordine, che non hanno capito che qui c'era un sindaco che poteva fare del bene non solo al suo paese ma a tutta la regione. Oggi sono tutti bravi a parlare bene di lui e a fare il suo nome, ma non posso dire che, dopo quel settembre, sia venuto qualcuno qui a dirci 'cosa possiamo fare per voi".
In compenso a dicembre, invece, è arrivata la Procura di Vallo della Lucania a notificare il sequestro di una parte del ristorante del “sindaco pescatore”: secondo i magistrati, non avrebbe potuto usufruire del condono edilizio e, di conseguenza, non sarebbe stato possibile concedere l'autorizzazione per l'apertura.
"E' stata per qualche tempo la barzelletta di una piccola parte d'Italia - ricorda Vassallo - ma quando ci arrivò la notizia fu uno dei peggiori cazzotti in faccia per noi. Papà non ha sbagliato mai niente, non metteva neanche un mattone fuori posto, figurarsi nel ristorante al quale teneva tanto. Ci siamo rialzati, nella stagione estiva abbiamo lavorato, ma non vediamo l'ora di dimostrare che non c'è stato nessun abuso", aggiunge.
"La sua è una figura particolare - afferma Antonio - e tra le tante cose dette su di lui ci sono ancora aspetti non venuti alla luce".
Un libro  “Il sindaco pescatore”, scritto a quattro mani dal fratello di Angelo Vassallo, Dario, presidente della Fondazione e Nello Governato, che sarà presentato il 5 settembre ad Acciaroli, una delle due frazioni del comune di Pollica che si affacciano sul mare del Cilento.
"Dentro ci sono le sue opere, le sue battaglie, tutti gli schiaffi in faccia che ha preso", racconta il figlio Antonio, che aggiunge: "Quello che ha fatto è qui, presente, lo possiamo vedere intorno a noi. Io e tutti i miei familiari siamo orgogliosissimi di tutto quello che ha fatto. Forse, vivendolo ogni giorno, neanche noi ci eravamo mai accorti di quanto fosse grande, di quanto era riuscito a fare per noi".
A raccogliere la pesante eredità di Angelo Vassallo, "forse il compito più difficile di tutti" come lo definisce il figlio Antonio, è stato Stefano Pisani, eletto a maggio nuovo sindaco di Pollica dopo essere stato per molti anni al fianco dell'ex primo cittadino.
"Certe volte mi chiedono dove io abbia trovato la forza di continuare, e rispondo che è merito dell'incoscienza. Cerchiamo di rivolgere la nostra attenzione alle cose da fare, piuttosto che a pensare ad Angelo che non c'è più", spiega all'ADNKRONOS Pisani.
"L'affetto che ci legava ad Angelo - racconta - andava al di là del semplice rapporto politico-istituzionale, insieme a lui abbiamo scommesso su come si poteva cambiare questo territorio. Non vogliamo parlare di lui al passato, perché quello che ha fatto per questa comunità è ancora vivo e continua a essere il nostro progetto di sviluppo per questa comunità. In questi mesi è stato fatto uno sforzo immane per continuare il suo lavoro".
Quando ad amministrare il territorio ci sono uomini così, la politica locale si riduce ad un corpo a corpo drammatico fra gli amministratori onesti (lasciati soli dallo Stato e spesso avversati dal governo) e le mafie economico-strutturali; se non saremo capaci di annientare questo binomio saremo un Paese che avrà sempre più bisogno di eroi, che sfidano quotidianamente il martirio.
Sui territori del sud, è, infatti, in corso una sfida fondamentale che è “nazionale” nel senso gramsciano del termine; resa più difficile dall’indirizzo leghista e secessionista del regime.
Occorre un ritorno alla politica vera, costituzionale, che è l’unica nemica delle mafie, perché tenta di rilanciare coscienza e senso di massa, perché ricerca la contraddizione di fondo tra capitale e vita, che è, oggi, perno della nuova questione meridionale.
Le mafie sono nelle istituzioni, nelle polizie, nell’economia, nel lavoro. Non lasciare soli gli amministratori come Angelo Vassallo signfica riprendere le battaglie di Angelo, sull’ambiente, sulla costa, sul mare, sui beni comuni; essi devono diventare le nostre battaglie, ricostruendo un popolo e una società. La borghesia mafiosa siede nei consigli di amministrazione, gestisce lo smaltimento dei rifiuti, si fa assegnare finanziamenti pubblici attraverso società criminali o prestanomi. E’ lì, allora, il campo dell’immpegno istituzionale e sociale. E’ parte del conflitto contro il capitale, nelle forme, nelle dimensioni che esso assume nei territori meridionali.
Solo se siamo veramente convinti e crediamo in questo, allora Angelo Vassallo è uno di noi.
[Benedetto Randazzo]

domenica 4 settembre 2011

Il primato irrinunciabile della legalità nel ricordo del Generale Dalla Chiesa

Il Generale dalla Chiesa ha attraversato la vita dell'Italia in tutti i suoi momenti importanti e drammatici. Figlio di un carabiniere, vice comandante generale dell'Arma, passa nei carabinieri come ufficiale di complemento allo scoppio della seconda guerra mondiale, dopo essersi arruolato in fanteria.
L'8 settembre del '43, è comandante della tenenza di San Benedetto del Tronto e non esita a passare con la Resistenza, operando in clandestinità nelle Marche, dove organizzò i gruppi per fronteggiare i tedeschi. Finita la guerra, nel ‘49 col grado di capitano, arriva in Sicilia, a Corleone. La mafia si sta organizzando e il movimento separatista è ancora forte.
Da capitano Dalla Chiesa si trova ad indagare su settantaquattro omicidi e la scomparsa (poi rivelatasi omicidio) del sindacalista Placido Rizzotto, scoprendone il cadavere che era stato abilmente occultato e giungendo ad indagare ed incriminare l'allora emergente boss della mafia Luciano Liggio. In un rapporto del dicembre '49, dalla Chiesa indica proprio lui come responsabile di quell'omicidio. Ma poco dopo viene trasferito, prima a Firenze, poi a Como e infine a Milano.
Un trasferimento strano: che, soltanto anni dopo, si scoprirà essere stato ordinato dal generale Giovanni De Lorenzo, che stava organizzando il "Piano Solo", un tentativo di colpo di Stato per impedire la formazione del primo governo di centrosinistra.

L’assassinio: Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso a Palermo il 3 settembre 1982. E’ un venerdì, quando i sicari affiancano l’A 112 dove viaggia insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro. Viene ucciso pure l’agente di scorta Domenico Russo che viaggia su un ‘Alfetta’.
Nel 2002 la corte d'Assise condannò all'ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i pentiti di mafia, rei confessi, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. I mandanti della cupola: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Benrardo Brusca, e Nenè Geraci invece erano già stati condannati nel maxi processo passato in giudicato nel '92.

A quasi trent’anni dal delitto restano tuttavia ancora molti misteri. Ad iniziare dalle ore successive all’eccidio quando la cassaforte del prefetto viene violata e sparisce la chiave che misteriosamente apparirà qualche giorno dopo. Chi rovistò fra le carte del generale? E cosa c’era nella cassaforte? Forse il memoriale Moro trovato in via Montenevoso a Milano? E ancora: chi quella notte entrò prima dei magistrati nelle stanze della residenza del prefetto a Villa Pajno? Domande rimaste senza una risposta quasi trent’anni dopo.
Sulla vicenda, ancora oggi, restano le ombre, anche se i mandanti e alcuni esecutori sono stati individuati, processati e condannati all'ergastolo; sicuramente, come disse una volta l'attuale procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, “per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti”.
La loro ricerca non ha fatto alcun passo avanti e l'unica verità giudiziaria è compendiata nelle sentenze di condanna per due sicari e per i vertici della cupola, dove gli stessi giudici di Palermo sottolineano: “Si può senz'altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all'interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Un uomo solo: nell'ultima intervista Carlo Alberto Dalla Chiesa disse a Giorgio Bocca: “Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”. Il pubblico ministero Nico Gozzo nella sua requisitoria parlò di “un delitto maturato in un clima di solitudine: Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l'espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso”. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo abbandono: “Cosa nostra ritenne di poterlo colpire impunemente perché impersonava soltanto se stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l'autorità”.

Dopo 29 anni per il Generale sembra che non rimanga altro spazio che quello per le commemorazioni di rito: Palermo ha ricordato “il Prefetto dei 100 giorni” con una messa e la deposizione di una corona il 29esimo anniversario della strage di mafia. Il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, ha deposto la corona di fiori sotto la lapide che, in via Isidoro Carini, ricorda la strage. Presenti il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il Prefetto, il Questore, l'Arcivescovo, il Sindaco, magistrati e vertici delle Forze di Polizia…..

Datemi pure “dell’idealista” ma (parafrasando Guccini): “ il Generale a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, mentre fa correr via una macchina a vapore, e che ci giunga un giorno ancora la notizia di una “locomotiva” come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia, l’illegalità, le collusioni le impunità le protezioni, le complicità gli interessi… e dove non è arrivata la locomotiva della giustizia arrivi quella della memoria e sia più forte della polvere e della complicità del tempo…"                       [Benedetto Randazzo]

Intervista di Enzo Biagi del marzo 1981 a Carlo Alberto Dalla Chiesa in una puntata della trasmissione “Rotocalco Televisivo”. Emblematiche le risposte del Generale alle domande sul "rinnovamento della mafia" e sulle collusioni tra mafia e politica....

sabato 3 settembre 2011

29 anni fa l'assassinio del Gen. Dalla Chiesa

Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa capì la portata devastante di “cosa nostra”, del suo sistema di potere fondato sulle colusioni con la politica e con l’economia. Sapeva bene a quali rischi andava incontro, ma da grande servitore dello Stato non si tirò indietro.
Il 3 settembre 1982 venivano assassinati dalla mafia a Palermo il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’Agente di Polizia Domenico Russo.
L’isolamento a cui fu abbandonato creò le condizioni per il suo barbaro assassinio. Solo il giorno dopo, com’è nella peggiore tradizione della politica italiana, fu approvata quella Legge tanto cara a lui ed a Pio La Torre, che introduceva nel nostro ordinamento il reato di associazione mafiosa, il sequestro e la confisca dei beni.
Ancora oggi l’omicidio Dalla Chiesa, così come molti altri omicidi di mafia e le stragi, gridano verità e giustizia. Mancano all’appello del giudizio penale le responsabilità di chi ha colluso e depistato. Inoltre, bisogna andare fino in fondo sui rapporti mafia-politica, come fece Dalla Chiesa quando allora consegnò alla commissione antimafia le schede sui politici collusi. «Un tabù ancora vivo» – ha affermato l’On. Lumia - « se si pensa che in occasione delle ultime elezioni regionali la Commissione Antimafia ha avuto enormi difficoltà ad acquisire i pareri dei Prefetti sui candidati».

giovedì 1 settembre 2011

5 e 6 Settembre 2011: Casa Memoria Impastato chiude il palinsesto delle iniziative estive con due appuntamenti presso la Pizzeria Impastato


    Il Mediterraneo difficile: storie e destini che si incrociano per mare, tra fatiche e sofferenze, pescatori e migranti.

  “Don Vito a Gomorra, mafia e antimafia tra pizzini, papelli e bestseller”. Presentazione del libro di Umberto Santino.
 
Anche questa estate è arrivata ormai alla conclusione e così si chiude anche il palinsesto delle iniziative organizzate da “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” presso la Pizzeria Impastato (Cinisi, SS113 km 288,800).
L’associazione conclude la “bella stagione” come consuetudine, tra l’impegno e l’incanto, la riflessione e la cultura; quest’anno con due importanti appuntamenti previsti per il 5 e 6 settembre 2011 a partire dalle ore 21.00.

 5 settembre 2011 ore 21.00
“Il Mediterraneo difficile, destini e storie che si incrociano per mare, tra fatiche e sofferenze, pescatori e migranti”.
Il Mediterraneo, mare difficile, parla, racconta storie di pescatori e migranti, storie di chi soffre per la fame, le guerre, la persecuzione e affronta viaggi disperati per salvarsi; storie di chi fatica per procacciarsi cibo e un minimo guadagno; storie di antiche traversate e nuove speranze. Sono storie cullate dalle onde, divise tra i riflessi di luce e il buio delle grandi profondità; tra l’umanità di chi salva i migranti e la vergognosa persecuzione giudiziaria delle istituzioni; storie pescate dalle reti di chi sa ascoltare.
- Proiezione video "Mare aperto" di Enrico Montalbano; segue commento dell'autore
-  Sbarchi, tragedie, salvataggi e la vergognosa persecuzione giudiziaria; relazionano Judith Gleitze e Mimma Grillo del Forum antirazzista Palermo
- Recital di poesie sul tema immigrazione a cura di Emilia Ricotti
-  Ensemble musicale dal respiro africano con Matilde Politi, DouDou Diouf, Kadialy Kolyate.

6 settembre 2011 ore 21.00
“Don Vito a Gomorra, mafia e antimafia tra papelli, pizzini e best sellers” presentazione del testo di Umberto Santino con gli interventi di Francesco La Licata, giornalista ed autore del libro “Don Vito” e Tano Grasso, presidente della Federazione Nazionale delle Associazioni Antiracket e Antiusura.
Sarà un occasione per riflettere su come le macchinazioni, i paradisi e gli inferni costruiti, i falsi miti e le belle parole, così come i castelli di carte della comunicazione di massa abbiano intaccato la lucidità e l’esame di realtà e influito sulle modalità del fare antimafia e del fare politica in generale.