domenica 14 giugno 2020

Gli eroi se ne vanno, gli arrabbiati piangono

 

Gli eroi se ne vanno, gli arrabbiati piangono…

Questo articolo è stato pubblicato ormai 11 anni fa su Liberazione e vuole essere un ricordo non solo di un gruppo musicale fra i migliori che abbiano mai calcato le scene italiane, (il migliore probabilmente), ma la foto di un’epoca lontana, dimenticata e mal raccontata per mille ragioni. Un’epoca ed una storia che hanno ancora molto da dire.
Trent’anni fa scompariva “Il maestro della voce” e il riflusso inghiottiva una generazione….
“Nei tuoi occhi c’è una luce/ che riscalda la mia mente/ con il suono delle dita/ si combatte una battaglia/ che ci porta sulle strade/ della gente che sa amare”.
Versi di una canzone, ripresa poi negli anni ma che nessuno ha mai cantato come Demetrio Stratos, che nessuno ha mai suonato come gli Area, forse il miglior gruppo musicale mai cresciuto in Italia. Il titolo della canzone ricorreva nelle tempeste degli anni Settanta come una meteora, un sogno a cui continuare a guardare, “Gioia e rivoluzione”.
14 giugno 1979, piove a Milano, di quella pioggia plumbea che a tratti sembra dare tregua e che poi riprende incessante. Piove sui volti e sui corpi di sessantamila persone radunate all’arena civica, per una speranza che si era trasformata in un addio.
Una storia ancora difficile da mandare giù: Demetrio Stratos e gli Area erano divenuti in pochi anni, l’emblema stesso di una militanza non rituale, della capacità propria della musica, come delle arti, di toccare corde profonde, testi intensi e carichi di allusioni, musiche frutto di infinite contaminazioni, la scelta di stare sul palco alla stessa maniera di cui si andava in piazza, ma con la voglia perenne di rompere schemi, consuetudini, retoriche. Ares Tavolazzi al basso, Patrizio Fariselli alle tastiere, Giulio Capiozzo alla batteria, diventano gli assi portanti del gruppo, nato nel 1972, ma sono numerosi i musicisti che hanno attraversato questa singolare esperienza musicale e politica.
E poi la voce di Demetrio, qualcosa che arrivava da un mondo ignoto, figlia del suo essere nomade, partorita dal Mediterraneo. Demetrio Stratos era nato ad Alessandria d’Egitto il 22 aprile del 1945, da genitori greci, sin da piccolo inizia a studiare pianoforte e fisarmonica al conservatorio.
Dopo il colpo di stato di Nasser, la famiglia lo aveva mandato a studiare a Cipro, ma nel 1962 era a Milano, iscritto ad Architettura. Ma la musica prima e la politica poi, lo assorbono rapidamente. Soul, rhytm and blues, rock, suoni senza confini, world music diremmo oggi, mano mano diviene cosciente dei propri mezzi vocali.
Un periodo beat, con “I Ribelli” e poi finalmente gli “Area” e la casa discografica che tenta di rompere il dominio delle major la “Cramps”. Con gli Area i testi diventano chiaramente militanti, il gruppo sostiene i gruppi della sinistra radicale di allora, le cause internazionaliste, viaggia nei festival della gioventù in mezzo mondo e ogni volta torna più ricco di sonorità e di contenuti.
Dischi di impatto forte Arbeit macht frei , Caution Radiation Area , Crac , il live Are(a)zione , Maudits fino a 1978, Gli Dei se ne vanno gli arrabbiati restano , per citare i più noti.
Ma l’esperienza degli Area, nonostante la vasta risonanza internazionale va stretta a Demetrio che da tempo aveva iniziato un lavoro sperimentale partendo dall’incredibile assurda voce di cui era dotato. Una voce capace di raggiungere i 7000 hz di frequenza, oltre 12 volte quella di un normale tenore, la capacità di emettere contemporaneamente due, tre, quattro suoni. Una voce che lo portò ad inoltrarsi nei territori della ricerca etnomusicologa, era diventato Il maestro della voce . Aveva mille progetti quando la diagnosi arrivò come un fulmine inatteso, anemia aplasica.
Allora le sole speranze le davano le cliniche statunitensi, e allora una corsa contro il tempo, bisognava raccogliere i soldi per pagare le spese, per trovare le cure. Demetrio non era mai diventato ricco.
E allora un concerto, un evento unico in cui i musicisti avrebbero suonato gratuitamente e l’incasso sarebbe andato direttamente per salvarlo. Ma come in un romanzo scritto male, il 13 giugno del 1979, alla vigilia dell’appuntamento, Demetrio Stratos moriva a New York per arresto cardiocircolatorio.
E il concerto, che dalla pubblicistica è ricordato come la “Woodstock italiana”, si trasformò in un omaggio, un saluto a cui risposero musicisti di ogni tipo e a cui accorsero ragazzi e ragazze da tutta Italia. Ore di musica, a bestemmiare contro quella pioggia che sembrava cadere apposta, contro i primi segni del riflusso per cui c’era anche chi contestava il musicista sul palco perché poco orecchiabile, a emozionarsi quando salivano le icone del tempo, poche parole e giù una canzone che sembrava tirata su apposta.
C’erano artisti ancora in attività come Guccini, Finardi, Vecchioni, il Banco del Mutuo Soccorso, Venditti, Branduardi, gruppi scomparsi come i Carnascialia (Con Mauro Pagani), i Kaos Rock, gli Skiantos, e tanti e tanti altri.
Difficile ricordarli tutti, si celebrava un funerale gioioso ed emotivamente accomunante, ma insieme a Demetrio se ne stava andando un epoca, anche se era impossibile rendersene conto.
Suonavano altri, ma sognavamo che da li ad un momento sarebbe apparso Demetrio, con l’aria scanzonata che gli era solita, il profilo inconfondibile, un cappellaccio e un sorriso sghembo.
Sognavamo di sentire riecheggiare “Luglio, agosto, settembre nero”, “L’elefante bianco”, “La mela di Odessa”, di svegliarci da un incubo grazie ad una voce che arrivava da un altro pianeta.
Il concerto andò avanti per ore, fra continui black out dovuti alla pioggia, pause estenuanti, microfoni che non funzionavano, amplificazioni che tossivano e distorcevano. C’era chi saliva sul palco come se nulla fosse accaduto, chi a testa bassa, con il cuore altrove, chi preso dal proprio pezzo, chi consapevole di rappresentare una parte di un cosmo, di una generazione che andava in frantumi. Fuori c’erano l’eroina e la solitudine, la metropoli che si imbarbariva, le relazioni che saltavano, il piombo delle ultime avanguardie armate e il trionfo della Milano degli affari e della corsa al profitto.
Fuori c’era un mondo che era andato in senso contrario rispetto alle aspettative, alle speranze, ai sogni di molte e di molti, si tornava indietro, protetti da modelli rassicuranti ed escludenti, di cui presto si sarebbero visti i frutti. Ma dentro quell’arena c’era ancora voglia di sperare e di credere che la musica non si sarebbe interrotta, che si stavano condividendo insieme, una tappa dura di un percorso che non terminava lì, che non moriva come era morto Demetrio.
L’Arena, fradicia, era un guscio di noce a cui aggrapparsi, in cui pensare che suoni e parole potessero tornare a riempire il silenzio che cominciava ad invadere le vite e la quotidianità. Le parole erano le parole dolci e dure di chi non si rassegnava, la musica permetteva di intravedere un domani meno piovoso, carico di ironia, passione, rabbia, vitalità. Squarci di luce che non potevano essere irrigimentabili in un razionale progetto politico tradizionale, che guardavano verso il mondo in mutazione con la voglia di riappropriarsene, di impedire che qualcosa o qualcuno di cui non si conosceva l’identità, trasformasse tutto in merce.
Gli Area, senza Demetrio salirono più volte sul palco, a voler sfidare il mondo e la mortalità delle persone, a voler proporre un futuro dalle sonorità distorte e penetranti, capaci di rinnovarsi, di saltare l’ostacolo, di esistere. Le facce dei membri della band erano poco più che un punto dagli spalti. Anni dopo, a riguardare i filmati di repertorio, si ritrovano volti segnati e improvvisamente induriti dagli anni, dalla Storia che passava davanti, dalla tensione, da un dolore che si trasformava in accordi.
Arrivò come un colpo al fegato, l’Internazionale distorta e suonata con rabbia e coraggio.
Arrivò in un silenzio irreale che nessuno voleva rompere.
Note lancinanti che chitarra e basso elettrico rendevano infinite, la batteria scaricava tuoni, forse scomposti. Pochissimi, interminabili minuti.
Ed erano tanti i volti di uomini e donne rigati dalle lacrime, tanti gli ingenui e sinceri pugni alzati.
Contro un cielo, contro una morte, contro qualcosa che finiva, inevitabilmente, come tutto.
La Cramps, in uno dei suoi ultimi ruggiti, trasse dal concerto un doppio LP, che in tanti oggi custodiscono come si fa con qualcosa di caro e intimo.
E c’è chi ancora oggi ascolta gli Area nel periodo del massimo splendore, chi li scopre e resta incantato da suoni e parole ancora avanti nel tempo.
Imparare a leggere le cose /intorno a te/ fino a che non se ne scoprirà /la realtà/ districar le regole che non ci funzionan più/spezzando tutto con/radicalità….



[ Manifesto della "Prima Rassegna di Musica Alternativa "VOLTERRA CONTRO" 1 Settembre 1974 ]

lunedì 8 luglio 2019

Lettera di Abraham Lincoln


La lettera di Abraham Lincoln all’insegnante di suo figlio


Abraham Lincoln fu un politico e avvocato statunitense e il 16esimo presidente Usa, il primo appartenente al partito repubblicano. Pose fine alla schiavitù con la ratifica del XIII emendamento della costituzione a stelle e strisce nel 1865.
Questa è una celebre lettera che Lincoln inviò a all’insegnante di suo figlio il primo giorno di scuola. Dalla lettera emerge l’importanza data alla figura dell’insegnante e alla formazione, dove la scuola si eleva a guida fondamentale per un individuo.

“Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato con delicatezza. È un’avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere questa vita richiederà Fede, Amore e Coraggio. Quindi, maestro caro, la prego di prenderlo per mano e di insegnargli le cose che dovrà conoscere. Gli trasferisca l’insegnamento, ma con dolcezza, se può. Gli insegni che per ogni nemico c’è un amico. Dovrà sapere che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. Gli faccia però anche comprendere che per ogni farabutto c’è un eroe, che per ogni politico disonesto c’è un capo pieno di dedizione.
Gli insegni, se può, che 10 centesimi guadagnati valgono molto di più di un dollaro trovato; a scuola, o maestro, è di gran lunga più onorevole essere bocciato che barare. Gli faccia imparare a perdere con eleganza e, quando vince, a godersi la vittoria. Gli insegni a esser garbato con le persone garbate e duro con le persone dure. Gli faccia apprendere anzitutto che i prepotenti sono i più facili da vincere.
Lo conduca lontano, se può, dall’invidia, e gli insegni il segreto della pacifica risata. Gli insegni, se possibile, a ridere quando è triste, a comprendere che non c’è vergogna nel pianto, e che può esserci grandezza nell’insuccesso e disperazione nel successo. Gli insegni a farsi beffe dei cinici. Gli insegni, se possibile, quanto i libri siano meravigliosi, ma gli conceda anche il tempo di riflettere sull’eterno mistero degli uccelli nel cielo, delle api nel sole e dei fiori su una verde collina.
Gli insegni ad aver fede nelle sue idee, anche se tutti gli dicono che sbaglia. Cerchi di infondere in mio figlio la forza di non seguire la folla quando tutti gli altri lo fanno. Lo guidi ad ascoltare tutti, ma anche a filtrare quello che ode con lo schermo della verità e a prendere solo il buono che ne fuoriesce.
Gli insegni a vendere talenti e cervello al miglior offerente, ma a non mettersi mai il cartellino del prezzo sul cuore e sull’anima. Gli faccia avere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso. Gli insegni sempre ad avere suprema fede nel genere umano e in Dio.
Si tratta di un compito impegnativo, maestro, ma veda che cosa può fare. È un bimbetto così grazioso, ed è mio figlio”. 


venerdì 5 luglio 2019

Filippo Basile


FILIPPO BASILE - quel funzionario ucciso per vendetta

Vent’anni fa, il 5 Luglio 1999, l'omicidio di Filippo Basile, 38 anni. Era stato nominato capo del personale dell'assessorato all'Agricoltura e Foreste. Mandante del delitto è stato Nino Sprio, ex funzionario della Regione Sicilia.
Basile fu ucciso con tre colpi di pistola in pieno giorno; un omicidio che aveva fatto ripiombare di colpo Palermo nel suo periodo più buio. Il delitto si consuma nei pressi dell'assessorato regionale all'Agricoltura. Il killer raggiunge Basile in un parcheggio mentre era seduto in auto e stava per rientrare in ufficio, si finge un posteggiatore e chiede qualche spicciolo; poi estrae la pistola e apre il fuoco, uccidendo il dirigente; senza far rumore, perché la pistola è col silenziatore.
L'assassino aveva tagliato la ruota anteriore sinistra dell'auto per non far scappare la sua vittima. Per la fredda modalità di esecuzione si parlò subito di mafia.
Qualche mese dopo Ignazio Giliberti, sicario palermitano in missione in Toscana, confessa e ammette di essere un killer al soldo di un funzionario regionale corrotto.
Racconta di aver ammazzato Filippo Basile e risolve un giallo eccellente che ha per sfondo gli intrighi della Regione siciliana. A commissionare l'omicidio è stato Nino Sprio, ex impiegato della Regione Sicilia, per vendetta. Nino Velio Sprio era stato arrestato nell'86 per una storia di truffe su contributi agricoli.
Basile era capo del Personale dell'assessorato: si era messo in mente di fare il proprio dovere licenziando Sprio, dopo che lo stesso era stato condannato con sentenza definitiva per vari reati, all’interdizione dai pubblici uffici, ma la pratica del licenziamento si era “bloccata” per mesi, per motivi burocratici e cavilli; ci mette un tempo infinito per scendere le scale dal quarto al secondo piano e l’assessore all’Agricoltura, divenuto poi Presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, non trova il tempo di firmarla perché troppo occupato con la campagna elettorale.
Una campagna a cui pare che partecipi anche Sprio, almeno a sentire il killer Ignazio Giliberti. Sprio e Cuffaro sono compaesani, entrambi di Raffadali e, sempre a sentire il killer Giliberti, Sprio chiama Cuffaro “il mio figlioccio”.
La pratica per il licenziamento di Sprio verrà firmata da Cuffaro il 12 luglio 1999, sette giorni dopo l’uccisione di Filippo Basile.
Nelle motivazioni della sentenza per il delitto Basile, i giudici denunciano le responsabilità di Cuffaro nella creazione del clima di ostile isolamento in cui il funzionario trascorreva i suoi giorni all’Assessorato.
A distanza di tanto tempo è giusto ricordare Filippo Basile e vederlo come punto di riferimento per quanti vivono la dimensione della pubblica amministrazione come servizio a favore della comunità. Un ricordo che è anche rifiuto e condanna di quei comportamenti, per fortuna sempre più socialmente e culturalmente isolati, di chi vive la dimensione amministrativa e politica come clientela e subcultura mafiosa".
Nino Velio Sprio, è morto nel 2016 all'età di 73 anni, nella sua abitazione palermitana, condannato a cinque ergastoli per altrettanti omicidi, commessi tra la fine degli anni '80 e la fine degli anni '90; malato da tempo, aveva ottenuto la detenzione domiciliare già nel 2002.

venerdì 5 gennaio 2018

5 Gennaio - Pippo Fava e Peppino Impastato



5 gennaio nel ricordo di Pippo Fava e Peppino Impastato

5 Gennaio 1948: nasce Peppino Impastato.
Oggi avrebbe 70 anni. Molti si chiedono cosa farebbe oggi, quale strada avrebbe percorso, con chi si sarebbe schierato.
Cercare di dare risposte è solo un'esercitazione della fantasia. Peppino era ed è rimasto quello che è, quello che fu, un contestatore del sistema di potere che ci soffoca, un comunicatore, uno che aveva un progetto politico ben chiaro, la realizzazione di una società senza ingiustizie e senza differenze di ricchezza, cioè di una società di uguali, in cui non solo la legge è uguale per tutti, ma anche la vita. E se uguaglianza non significa banalità, conformismo, assuefazione ma, al contrario, possibilità di sviluppare le proprie capacità, allora questo è comunismo. È inutile nascondersi dietro il dito, dire che Peppino era uno che lottava contro la mafia e basta, pregare per lui o farne un santino cui esprimere devozione e ammirazione.
Tanti hanno la brutta abitudine di dire: "Io sono Saviano", “Io sono Charlie”, “Io sono Pino Maniaci”: mi sembra sia tutto fumo, perché ognuno è quello che è e dovrebbe restare tale. Se c'è qualcuno che se la sente, dica pure: "Io sono Peppino Impastato", purché abbia poi il coraggio di aggiungere "Io sono comunista", come lo era e pensava di esserlo Peppino. Dopo di che, fare gli auguri a una persona morta nel 1978 ha solo senso se la sentiamo ancora vicina a trasmetterci il suo flusso di energia e se riteniamo che le sue idee rivoluzionarie siano una base di lotta per ribaltare le perversioni in cui la struttura capitalistica della società stritola l'essenza di ognuno di noi. Ma questo lo dice anche il papa.

5 Gennaio 1984: per una di quelle coincidenze strane, oggi ricorre anche il 34° anniversario della morte di Giuseppe Fava, il più grande giornalista siciliano, ucciso, anche lui come Peppino, "perchè parlava troppo".
Si noti che il numero "48", data di nascita di Peppino è, capovolto, il numero "84", data della morte di Fava e che si chiamano entrambi Giuseppe. Peppino parlava, Pippo scriveva "troppo" direttamente sul suo splendido giornale “I Siciliani”.
Ebbe la fortuna di trovare un gruppo di collaboratori, giornalisti nati, che sapevano fare le inchieste, che avevano cominciato a leggere lucidamente i meccanismi perversi di questa società e sapevano illustrarli e denunciarli. Sia Peppino che Pippo Fava sono stati gli antesignani del modo di fare giornalismo libero, senza padroni e senza censure: farlo in Sicilia non è facile.
Qua vige, da secoli, per volontà della mafia, e, più in generale per decisione dei cosiddetti “padroni del vapore”, la legge del silenzio, “mutu cu sapi u iocu” (chi conosce i giochi stia zitto), l'omertà, “nun sacciu, nun vitti, nun ntisi” (non so, non ho visto, non ho sentito): chi dice in faccia come stanno le cose diventa un nemico del sistema di potere che controlla tutte le informazioni e decide quali far circolare, grazie ai suoi giornalisti lecchini.
Fava ha dato il suo grande messaggio, che ognuno di noi dovrebbe scrivere all'ingresso della sua porta, sul frontone della stanza da letto, sullo specchio del bagno, dentro il portafogli o direttamente sulla sua testa:
"A che serve vivere, se non si ha il coraggio di lottare?"

Qualche giorno dopo la morte di Pippo Fava, Salvo Vitale (compagno di Peppino) ha scritto questa poesia:

Per Giuseppe Fava

Dai cadaveri viventi il solito “Cu ci u faceva fari?”,
e continueremo a morire,
a vederci rubare i momenti migliori della nostra vita
perché non abbiamo accettato le regole della sopraffazione,
perché abbiamo voluto salvare la dignità per gli altri.
Continueremo in solitudine la nostra fragile lotta contro i corvi del potere
senza rinunciare alla certezza del giusto:
sulla resa di pochi è la sconfitta di tutti.
Possiamo ancora farcela:
se questo venir fuori, candidarsi a bersaglio,
servisse come seme per la ribellione dei vinti,
moriremmo con meno angoscia…

(Pubblicato in: “Era di passaggio” di Salvo Vitale - Navarra editore)

giovedì 22 dicembre 2016

"...fermo come un albero, libero come un uomo " - Chico Mendes


“ …fermo come un albero, libero come un uomo ” – Chico Mendes


Il ricordo della sua esistenza è legato indissolubilmente alla lotta per il diritto alla terra ed alla dignità dei “siringueiros”, (termine di origine portoghese che indica gli operai che estraggono il lattice per la fabbricazione della gomma naturale in Amazzonia), quando un piano governativo di “sviluppo” per l’Amazzonia, ha di fatto permesso lo sfruttamento indiscriminato di terre e popolazioni, attraendo costruttori, allevatori di bestiame, compagnie di legname e nuovi coloni: non parliamo del 18° secolo né del sevaggio west, la storia è degli anni ’70…
In condizioni veramente difficili di sottosviluppo e di sfruttamento legalizzato, contro grandi interessi economici perseguiti da gente senza scrupoli, Chico Mendes organizzò un sindacato di lavoratori rurali per difendersi dalle violente intimidazioni e dalle occupazioni della terra praticati dai nuovi arrivati che stavano distruggendo la foresta e quindi togliendo ai lavoratori rurali i loro mezzi di sostentamento.
Organizzò una vera e propria resistenza non-violenta con numerosi gruppi di lavoratori rurali che formavano dei “blocchi umani” intorno alle aree di foresta minacciate di distruzione.
Azioni di contrasto che se da un lato salvarono ettari di foresta, dall’altro suscitarono la collera dei costruttori senza scrupoli, soliti risolvere gli “intoppi” sia grazie a politicanti corrotti, sia assoldando pistoleri per eliminare gli “ostacoli umani”.
E’ di questo periodo la nascita delle cosiddette “riserve estrattive”, dove i “Siringueros” hanno potuto continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e a raccogliere frutti, noci e fibre vegetali.
L'interesse internazionale si concentro' su Mendes come difensore della foresta, ma il suo ruolo come leader lo fece anche diventare l'obiettivo degli oppositori frustrati ed infuriati.
A Chico costò la vita l’essersi attivato per far divenire il suo paese natale, il Serigal Cachoeira, una riserva estrattiva, sfidando il proprietario terriero ed allevatore locale, Darly Alves da Silva, che reclamava la proprieta' della terra; Chico venne ucciso il 22 dicembre 1988.
Per almeno due anni, ci furono diverse speculazioni sugli assassini; nonostante fossero ben noti, furono considerati fuori dalla portata legale per le loro connessioni con influenti proprietari terrieri e figure ufficiali corrotte della regione - un compromesso comune nelle terre di frontiera del Brasile.
Forti pressioni nazionali ed internazionali riuscirono tuttavia a far arrivare il caso in tribunale. Nel dicembre del 1990, Darly Alves da Silva ricevette una condanna a 19 anni di prigione per essere stato il mandante dell'omicidio; suo figlio, Darci, ricevette la stessa condanna per esserne stato l'esecutore materiale.
Ma quando i media spostarono i loro riflettori, gli omicidi continuarono. Dagli ultimi anni del '70, di centinaia di omicidi di leaders sindacali e protestanti per i diritti della terra, l'unico che fu investigato completamente e che ha portato ad una condanna fu quello di Chico Mendes.
La condanna a Darly Alves da Silva fu annullata nel febbraio del 1992 dalla Corte d’Appello di Rio Branco….
“… fermo come un albero, libero come un uomo”, Chico a me piace ricordarlo come nella canzone che gli ha dedicato il Cantautore Mario Lavezzi: “ con un sorriso sempre luminoso, di chi è nato Siringuero, di chi muore e resta fiducioso che qualcosa cambierà…”


“Per la gloria”
il video di una canzone di Mario Lavezzi con Gianni Bella, Mango, Raf e Riccardo Cocciante
dedicata al Sindacalista Sudamericano

se non riesci a vedere il video fai clic qui



giovedì 28 luglio 2016

Palermo, Via D'Amelio 19 luglio 1992

Palermo, Via D’Amelio 19 Luglio 1992
 
L'hanno chiamata, giustamente, guerra di Mafia. Sarebbe più esatto definirla guerra civile di Mafia, quella che ha opposto, a partire dagli anni '60, le varie cosche agli apparati di uno Stato il quale era stato (ed è) inquinato fino ai più alti livelli dalle collusioni e dagli intrecci politici e finanziari.
Una guerra civile, forse, in stand by, perlomeno nelle modalità in cui si è espressa per tutti gli anni'80 ed agli inizi degli anni '90.
Una guerra civile che ha fatto centinaia e centinaia di vittime, è bene ricordarlo, compresi tutti i servitori di uno Stato che non si è certo fatto alcun problema nel mandarli al macello, fossero semplici carabinieri o poliziotti, oppure semplici cittadini coraggiosi, o sindacalisti, uomini politici, magistrati. Il 23 maggio e il 19 luglio di quel tragico 1992 la guerra civile di Mafia segnò i più terribili punti con le stragi di Capaci e di via d'Amelio, nelle quali rimasero uccisi due dei principali protagonisti della lotta contro il potere mafioso: i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
In quei giorni più niente sembrò poter contrastare il potere e la guerra della Mafia in Italia. Questa splendida canzone di Pippo Pollina ce lo vuole ricordare, e la accogliamo doverosamente tra le Canzoni contro la Guerra.....

Il vento si dileguava in un girotondo di foglie,
l'asfalto era una lama di sole, lucido come un presagio nero.
Era l'ora del riposo, invero...
La città si truccava allo specchio, chi brindava alla gioventù,
chi senza saperlo era già vecchio, chi guardava alla tivù
la tavola di Ginevra e del Re Artù...

Io e la mia compagna più cara lisciavamo il pelo alla storia
giocandoci a dadi la memoria.
Io e la mia ammirevole amica
sul carro della nostalgia
trionfale come la vita
beffarda come la vita...

Tobia il canarino giallo sopravvissuto ai nubifragi,
come migliaia di disperati celebrava il ritorno dei Re Magi,
sulla terrazza assolata
dormi Panormo amata.

Altri cercavano l'oro per nascondere la paura,
chi sapeva attendeva in silenzio il botto dell'ultima congiura
e dell'ultima ora
l'ultima avventura

Poi d'improvviso una nube, come un lampo di finestrino,
esplose in un rombo di tuono e furono bucce di mattino.
Noi non conosciamo Italie e non vogliamo più vedere
la lunga coda di paglia degli schiavi del potere.

I messaggeri dell'indignazione arrivarono quasi subito
a cavallo delle cineprese per non sporcarsi i pantaloni,
invocando nomi e cognomi, cognomi e nomi
passò qualche cane a pisciare sui resti delle macerie,
le signore della televisione andarono in fretta dal parrucchiere
ad aggiustarsi il grugno e le rughe del sedere.

E sbocciarono fiori tristi sui prati muti della speranza,
vennero frotte di turisti a cercare la morte in vacanza.
Quel giorno scomparvero in tanti sulle ali della rivolta
quel giorno volaron le rondini per l'ultima volta.

Io e la mia compagna più cara cercavamo nell'ombra il cammino
che conduce dove regna il silenzio, il gioco della vita e del destino.

 


venerdì 3 giugno 2016

Il reato di depistaggio nel nostro ordinamento

Il reato di depistaggio nel nostro ordinamento

Nonostante la storia d’Italia sia stata insanguinata da numerose stragi, ad oggi non esiste nell’ordinamento repubblicano il reato proprio di depistaggio per colpire quei poteri che hanno fatto e fanno delle omissioni, dell’occultamento, della distruzione di prove uno strumento chiave per nascondere la verità.
Il 26 maggio il Senato ha approvato con modifiche, il “ddl” che introduce nel codice penale il reato di “frode in processo penale e depistaggio” che prevede pene detentive fino a 12 anni per i pubblici ufficiali qualora venga commesso nel corso delle indagini per i reati di associazione mafiosa, sovversiva, terroristica, attentato contro il Presidente della Repubblica, strage, scambio politico-mafioso, insurrezione armata, banda armata, traffico di armi ed altri delitti.
Un ddl atteso da anni dalle associazioni dei familiari delle vittime di mafia, delle stragi, che rimanda ad alcuni snodi cruciali della storia recente italiana: dalla vicenda di Piazza Fontana a all'attentato alla stazione di Bologna, dalle stragi mafiose al caso Moro, a Ustica.
Fino ad oggi, alle diverse condotte di depistaggio - inqualificabili per gravità politica e morale - non hanno mai corrisposto sanzioni adeguate, limitandosi l’ordinamento a prevedere per casi simili i reati di falsa testimonianza, omissione o soppressione di atti d’ufficio, senza evidenziare le conseguenze che tali condotte hanno, sul piano penale e della verità.
Questa sembra sia la volta buona: il Decreto torna ora alla Camera per il “si” definitivo, che inasprisce anche le pene per fattispecie già previste, dovrebbe arrivare entro l’estate, secondo le previsioni dei parlamentari proponenti.
La nuova fattispecie di reato punirà il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che “al fine di impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale immuta artificiosamente il corpo del reato ovvero lo stato dei luoghi, delle cose o delle persone connessi al reato…afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito.
Se il fatto è commesso mediante distruzione, soppressione, occultamento, danneggiamento, in tutto o in parte, ovvero formazione o artificiosa alterazione, in tutto o in parte, di un documento o di un oggetto da impiegare come elemento di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento, la pena è aumentata da un terzo alla metà.” [ il testo è consultabile su http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00976361.pdf ]
Nello stesso testo dopo “il bastone”, “la carota”: la pena è diminuita dalla metà fino ai 2/3 nei confronti di colui che "si adopera per ripristinare lo stato originario dei luoghi, delle cose, delle persone o delle prove, nonché per evitare che l'attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori – ovvero per chi aiuta – concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto oggetto dell'inquinamento processuale e depistaggio e nell'individuazione degli autori".
Non solo, la norma prevede anche “un giro di vite” che, alla luce di fatti delittuosi di questo tipo rimasti impuniti riferiti a personaggi tristemente noti, necessitava nel nostro ordinamento: l'interdizione perpetua dai pubblici uffici; pena accessoria che si applicherà anche quando il pubblico ufficiale o l'incaricato sono cessati dall'ufficio o dal servizio.
Leggendo le previsioni di questa nuova normativa, tornano alla mente fatti storici e personaggi tristemente noti che hanno contornato delitti di mafia, stragi, incidenti aerei, il processo senza fine sulla presunta trattativa Stato-mafia, che ha visto coinvolti anche uomini delle Istituzioni repubblicane di altissimo livello…
La norma in approvazione in linea di massima è condivisibile, trovo tuttavia che prima di inasprire le pene già previste nel nostro ordinamento bisognerebbe renderle effettive. È del tutto inutile inasprire le pene teoriche se il sistema fa acqua!
Rendere effettive le pene sicuramente restituirebbe fiducia nel sistema: per punire chi si macchia di reati così odiosi è bene che si costruiscano nuove carceri e prevedere lavori forzati di pubblica utilità che assicurino un risarcimento e siano utili alla vita dello Stato.