domenica 16 settembre 2012

Don Pino Puglisi, fede e coraggio


“Imputato, dica alla Corte perché l'avete fatto”
“Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada, ci martellava con la sua parola, ci rompeva le scatole”....

19 anni fa il prete fu ucciso dalla mafia
Don Pino Puglisi, fede e coraggio
15 settembre 1993: morte annunciata
di Pasquale Hamel

Oggi, don Pino Puglisi, avrebbe festeggiato il suo settantacinquesimo compleanno se qualcuno non avesse deciso che la sua vita andava spezzata. Ricordandolo mi sovviene un’immagine, quella del lupo e dell’agnello, dove la parte del lupo la fa il mafioso e quella dell’agnello l’umile prete di borgata armato solo dalla forza della fede. Quando penso a don Pino, sfortunatamente non ho avuto modo di conoscere, provo un certo imbarazzo per chi ne ha cercato di fare l’icona di una certa antimafia di moda, quell’antimafia gridata che troppo spesso è scivolata nell’autoreferenzialità. Don Pino, infatti, da quanto leggo e da quanto mi hanno raccontato coloro che l’hanno veramente conosciuto e frequentato, esercitava da buon prete, una pastorale diretta al recupero di quanti – vivendo in ambienti degradati ed in contesti su cui la violenza, non solo mafiosa, l’aveva fatta sempre da padrona – si erano compromessi o potevano compromettersi con il sistema mafioso.
Ma erano i giovani a cui, soprattutto, indirizzava le proprie attenzioni, cercando attraverso il magistero della parola e con l’impegno nel sociale, di sottrarli ad un futuro che appariva irrimediabilmente segnato. Un’attività pedagogica profonda che educava il giovane a condannare il mito della violenza, che lo portava a guardare con un occhio non compiacente il sistema mafioso, che arrivava a dissacrare un modo di vivere e di comportarsi al di fuori ed al di là delle regole della civile convivenza.
Quello di don Puglisi era dunque un lavoro di lungo periodo, che si manifestava devastante per il mondo della criminalità organizzata, perché dimostrava a quei giovani a rischio che gli idoli mafiosi non solo erano in realtà “dei falsi e bugiardi” di cui diffidare ma che inoltre, come si diceva un tempo, avevano i piedi d’argilla e quindi fossero tutt’altro che invulnerabili. Il messaggio che don Puglisi indirizzava al mafioso – arrogante e sicuro di se – lo metteva in discussione, perché erodeva alla radice il sistema su cui la mafia fondava il proprio potere. Esso impediva inoltre la rigenerazione della mafia. Tale messaggio, dunque, non poteva che apparire devastante perché feriva molto di più di qualsiasi azione repressiva tagliando le radici stesse di una legittimazione storicamente sedimentata e, purtroppo, socialmente riconosciuta.
Una legittimazione che era stata nobilitata anche da certa letteratura culturalista che arrivava perfino a individuare nella “Mafiosità” positive manifestazioni di orgoglio sicilianista.
I tentativi spiegati dai mafiosi locali per sottrargli quei giovani terreno fertile per il seme buono, le ripetute minacce  ricevute soprattutto negli ultimi tempi della sua breve esistenza furono il segno evidente e la chiara conferma che la sua opera aveva colto l’obiettivo, che l’azione dell’umile prete infervorato dalla parola evangelica che, alla domanda ” si, ma verso dove?”, aveva trovato una risposta chiara e aveva aperto una breccia nel recinto omertoso del sistema criminale. Si può facilmente immaginare quante notti insonni avrà fatto passare, questo profeta disarmato, a chi aveva fatto della violenza e della sopraffazione il suo stile di vita.
Si può immaginare l’ira “funesta” e i proprositi di vendetta maturati in gente che dino ad allora era considerata e si considerava indiscutibile padreterno.
Di questo furore don Pino fu sicuramente consapevole, sapeva di essere a rischio ma non per questo fermò il suo impegno. Non sorprende dunque il “me l’aspettavo” con cui accolse i suoi killer, sapeva infatti di non potere fare un passo indietro perché sarebbe stato un tradire la sua Chiesa e la sua scelta di vita.


l'uomo che sparava dritto (estratto)



Il backstage documentario su un film che ha raccontato una delle pagine peggiori della lotta alla mafia. Alla luce del sole è un film di denuncia sociale diretto da Roberto Faenza, dedicato all'omicidio di Don Pino Puglisi. Il film è riconosciuto come d'interesse culturale nazionale dalla Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano. [ guarda il video... ]




























 Altri ragazzi di Brancaccio: Ficarra e Picone


Sanremo 2007 – Ficarra e Picone ricordano a modo loro un grande uomo: don Pino Puglisi.
Sembra strano, ma in Italia da alcuni anni sono i comici che offrono i migliori spunti di riflessione. Ficarra e Picone ci fanno conoscere un persona, un prete, di altissimo livello sia morale che civile: don Puglisi. Un uomo che si è donato nell’amore e che è morto martire proprio perché amava troppo il prossimo. [guarda il video... ]

ed oggi?
Don Pino Puglisi verrà proclamato beato il prossimo 25 maggio. Ad annunciare la data della beatificazione del prete di Brancaccio ucciso dalla mafia è stato il Cardinale Paolo Romeo al termine della celebrazione eucaristica in memoria di Padre Puglisi. L’annuncio dell’arcivescovo di Palermo arriva a quasi tre mesi di distanza dal decreto papale di riconoscimento del martirio “in odium fidei”, atto che ha sostanzialmente dato il via libera alla beatificazione del prete palermitano. La celebrazione con cui don Pino Puglisi verrà proclamato beato si terrà a Palermo e non a Roma, come avveniva con Giovanni Paolo II. Papa Benedetto XVI con uno dei suoi primi atti da pontefice ha infatti stabilito che le cerimonie di beatificazione si tengano nelle diocesi e vengano presiedute presiedute da un suo rappresentante, che di norma è il prefetto della Congregazione delle cause dei santi. La macchina organizzativa della diocesi palermitana, già rodata dall’ultima visita papale, dovrà così mettersi da subito in moto per organizzare questo grande evento che con ogni probabilità vedrà la partecipazione di tutte le chiese siciliane. La causa per il riconoscimento del martirio di don Pino Puglisi era stata iniziata a livello diocesano nel 1998, a cinque anni dal delitto, per volere del cardinale Salvatore De Giorgi, allora arcivescovo di Palermo. Don Mario Torcivia che ha redatto la Positio presentata in Vaticano nel 2006 per la discussione dei teologi della Congregazione delle cause dei santi così spiegò il martirio del prete palermitano: “Don Pino non è stato ucciso solo per l’amore per Cristo, la testimonianza presbiterale resa nella parrocchia di Brancaccio, lo stretto legame instaurato tra evangelizzazione e promozione umana, l’affermazione della radicalità dei valori evangelici e della coerenza tra annuncio evangelico e testimonianza di vita, la donazione totale della vita per il Signore e i fratelli, l’impegno di educatore delle coscienze, specie quelle delle giovani generazioni, la franchezza nel dire la verità, l’attività di promozione sociale, la “provocazione” allo stile malavitoso del quartiere Brancaccio, il deciso impegno per la dignità e la promozione dell’uomo, ma è stato ucciso dall’organizzazione criminale mafiosa “in odium fidei” anche per due motivi alti: Primo perché, uccidendo don Puglisi, la mafia ha voluto colpire l’intera Chiesa italiana. Secondo, motivo più profondo, perché la mafia in quanto forma di ateismo pratico, nonostante la parvenza religiosa, è e si mostra avversa alla fede cristiana”.

martedì 10 luglio 2012

La fabbrica dei profumi

Sabato 10 luglio 1976, è passato da poco mezzogiorno, il “reattore b” dell’ICMESA, azienda chimica alle porte di Milano, smette di funzionare, dalla “fabbrica dei profumi”, come la chiamava la gente del posto, si leva una grande nube nera. Non si tratta di uno dei tanti nembi che preludono ad un temporale estivo, questa nube è carica di veleno: la diossina, che il vento spinge verso Sud, coprendo Seveso ed altre tre cittadine della Brianza: Desio, Meda e Cesano Maderno. La fabbrica, che lavora per una multinazionale svizzera ufficialmente produce profumi e disinfettanti ospedalieri. A Seveso è subito allarme: decine di animali morti, ustioni sulla pelle: il viso di decine di persone, in gran parte bambini, viene deturpato dalla Cloracne, negli anni successivi numerosi saranno gli aborti spontanei ed i tumori, oltre 730 abitanti vengono fatti sfollare, le foglie degli alberi cominciano ad ammalarsi ed appassire; tutta la zona viene evacuata, perché anche le case risultano contaminate…. ma solo 2 settimane dopo l’incidente. Da subito la dirigenza della fabbrica cerca di minimizzare l’accaduto, ma il sindacato intuisce immediatamente la gravità dell’accaduto e si mobilita…. ci si comincia a chiedere come sia potuto accadere e perché ed ancora, se sia vero che, come asseriscono voci incontrollate, la reale produzione dell’ICMESA abbia a che fare con la produzione di armi chimiche. Le autorità rassicurano, minimizzano o si trincerano sotto il più stretto riserbo… silenzi inquietanti in un clima di massima confusione ed incertezza, le notizie filtrano a fatica, si contraddicono.
Il “tricloro-fenolo” prodotto dall’ICMESA, si scoprirà poi, finiva negli Stati Uniti, dove veniva trasformato nel micidiale defoliante “tetraclorodibenzo-p-diossina” tristemente noto come “agente orange” che venne sparso su oltre 3 milioni e mezzo di ettari di terra in Vietnam, distruggendo tutto: lo scopo era far terra bruciata della foresta; spogliarla, perché potesse rivelare i nascondigli dei vietcong lungo la linea demilitarizzata o nei meandri del sentiero di Ho Chi Minh che portava rifornimenti dal Nord, ma la diossina penetrando nel suolo, contamina l'acqua e si incista nella catena alimentare. La TCDD è una sostanza altamente tossica in grado di provocare danni gravissimi alla pelle, al cuore, ai reni, al fegato, allo stomaco e al sistema linfatico. Provoca la malformazione dei feti umani, con nascite di bambini mutilati, gravemente deformi o morti. Oggi sappiamo che purtroppo non si può rallentare il processo di diffusione della TCDD nell'aria, nell'acqua e nelle catene alimentari; in caso di incidente industriale o in caso di dispersione nell'ambiente la sostanza penetra nel terreno e tutti gli esseri viventi (piante, animali, uomo) ne vengono contaminati anche a distanza di anni. Gli effetti sono dunque, quasi sempre, irreversibili. Gli interrogativi su Seveso, il più grande disastro ambientale che si sia verificato nel nostro paese dal dopoguerra, a distanza di tanti anni rimangono pesanti e senza risposta. La fabbrica di Seveso in seguito verrà demolita, l’area su cui sorgeva bonificata; i danni subiti dalla popolazione sono stati enormi…. Tutto questo all’interno di una storia tipicamente italiana, conclusasi con lievi condanne finali; una storia che però ha prodotto nuove sensibilità in tema di rischi ambientali e che ha costretto ad un ripensamento profondo al rapporto tra fabbrica ed ambiente.
 Canzone per Seveso – Antonello Venditti
(video di Benedetto Randazzo)

sabato 7 luglio 2012

Per i morti di Reggio Emilia

Reggio Emilia 7 luglio 1960 - «Il cielo era diventato improvvisamente di piombo, una cappa opprimente calò all’improvviso sulla città. Mentre lasciavamo la piazza, a occidente si stagliarono lingue rosse di fuoco…».
Il ricordo di un tramonto è la prima immagine che viene in mente a un testimone-protagonista di quel 7 luglio. Le mani che quel giorno fremevano mentre lanciavano sassi in risposta ai proiettili della polizia di Tambroni. Le mani ferme di chirurgo che cercavano di strappare alla morte i feriti. Le mani di un giovane cronista che tremavano al momento di scattare la foto del corpo senza vita di uno dei «Morti di Reggio Emilia». Le mani che tremano, sono quelle di un giovane cronista, oggi storico della Resistenza, Antonio Zambonelli, all’epoca studente universitario e maestro elementare…

Il giugno-luglio 1960 è segnato da una gravissima crisi politica: Fernando Tambroni, democristiano, forma un governo monocolore con i voti determinanti del MSI.
A Genova, Medaglia d'Oro della Resistenza, il MSI vorrebbe tenere il proprio congresso ai primi di luglio, ma un'imponente reazione popolare lo impedisce; la polizia interviene duramente e negli incidenti rimangono feriti 83 manifestanti. 
La mobilitazione antifascista si diffonde in altre città e il governo sceglie la linea dura per reprimere il dilagare delle manifestazioni di piazza.
Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia attacca un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti; ma i fatti più gravi accadono a Reggio Emilia, dove il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai di Reggio Emilia, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell'ordine.
I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei “Per i morti di Reggio Emilia”: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli.
I morti di Reggio Emilia sono l'apice - non la conclusione - di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti.
Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l'avvento della generazione dei "ragazzi con le magliette a righe".
Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle "tre M" (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima - dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio - sono testimonianza la poesia di Pasolini La croce uncinata [leggi..]
 

Eco MUOStro a Niscemi


“ Eco MUOStro a Niscemi ”

 

Famelico e insaziabile, il Dio di tutte le guerre ha partorito un nuovo Mostro. Per annientare il pianeta dallo spazio ed eclissare i Soli e le Lune. Si nutrirà del sangue di ogni essere vivente. Muterà il Dna delle specie e degli habitat. Trasformerà i ghiacciai in deserti, i laghi in paludi, gli oceani in melma. Fiumi e torrenti di fuoco, piogge di ceneri, uragani di polveri e fumo. Il quinto Cavaliere dell’Apocalisse. Vestale dell’Olocausto. Elogio della Follia e della Morte.Il padre Marte ha battezzato il figlio MUOS, Mobile User Objective System, perché fosse chiara a tutti la sua natura infernale. Una rete di mega-antenne e satelliti per telecomunicazioni veloci come la luce perché sull’infinito domini l’oscurità. L’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo, quelli con i missili all’uranio impoverito, gli aerei senza pilota e le armi atomiche in miniatura.
È a Niscemi, nel cuore di un’importante riserva naturale, che fervono i preparativi per l’installazione di uno dei suoi quattro terminali terrestri mondiali. Un’opera benedetta dai Signori del Pentagono, dal governo italiano e dalla Regione Siciliana. E a cui non fa mancare il suo contributo la borghesia mafiosa isolana. Per il MUOStro di Niscemi sembrava cosa fatta, ma centinaia di giovani ci hanno messo lo zampino…
Eco MUOStro a Niscemi è il libretto di controinformazione di Antonio Mazzeo pubblicato di recente, consulta uno dei seguenti siti:

http://orsatti63ebook.altervista.com - http://orsatti63.tumblr.com

oppure ricercalo direttamente sulle piattaforme di distribuzione www.amazon.com - www.lulu.com
Antonio Mazzeo, peace-researcher e giornalista, ha realizzato numerose inchieste sui processi di riarmo e militarizzazione in Italia e nel Mediterraneo. Nel 2010, per Alegre Edizioni (Roma), ha pubblicato il volume I Padrini del Ponte. Affari di mafia nello Stretto di Messina. Nel 2010 ha conseguito il Primo premio «Giorgio Bassani» di Italia Nostra per il giornalismo. È membro della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e della Rete No Ponte. Per consultare articoli e pubblicazioni:

sabato 16 giugno 2012

Trattativa Stato – mafia: chiusa l’indagine


20 anni, questo è il tempo trascorso da quando la mafia ha alzato il tiro in modo deciso e cruento contro lo Stato, lo stesso Stato che non esitò un attimo ad identificare e rinchiudere per sempre in carcere tutti i mandanti, fiancheggiatori ed esecutori di stragi che non hanno precedenti nel mondo occidentale….
Se fosse andata così, a 20 anni di distanza questa storia sarebbe raccontata nei libri di storia come un capitolo da evidenziare insieme a quelli che testimoniano la forza positiva e volontà decisiva dei popoli di riscattarsi, di liberarsi dalle barbarie, dalle oppressioni: le lotte partigiane, le rivoluzioni, i movimenti rivoluzionari non violenti per la pace, contro il colonialismo, contro il razzismo…
Questa volta non è andata così, quella che si racconterà è una storia vergognosa di mascalzoni prezzolati ancorchè uomini dello Stato, che hanno cercato ed intavolato trattative con un branco di assassini.
Mettetela come vi pare ma alla chiusura di 4 anni di indagini, la magistratura inquirente di Palermo ha individuato 12 persone che sarebbero responsabili di questo crimine, fra cui uomini delle istituzioni:
Calogero Mannino: parlamentare, Deputato dal 1979 al 1992, ex sottosegretario al Tesoro, ex Ministro della Repubblica in ben 6 Governi;
Nicola Mancino: già vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, già ministro dell'Interno e presidente del Senato, 2 volte presidente della Giunta Regionale Campana;
Marcello Dell’Utri: attualmente Senatore della Repubblica, stretto collaboratore di Silvio Berlusconi sin dagli anni settanta, socio in Publitalia '80 e dirigente Fininvest; nel 1993 fondò con lui Forza Italia. Il 29 giugno 2010 è stato condannato presso la Corte d'appello di Palermo a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa; ha patteggiato una pena di due anni e tre mesi per frode fiscale.
Antonio Subranni: Generale dei Carabinieri, è stato comandante del ROS dei Carabinieri dal 1990 al 1993, nominato maggiore nel 1978, divenne comandante del Reparto operativo del comando provinciale di Palermo. Per questo indagò (depistando le indagini), sulla morte di Peppino Impastato, che indirizzò verso l'ipotesi terroristica, invece che mafiosa. Da colonnello comanda poi il gruppo provinciale di Palermo. Nominato generale, nel dicembre 1990 divenne il primo comandante del Raggruppamento Operativo Speciale (Ros) dell'Arma, appena costituito con i 27 nuclei anticrimine territoriali dei CC. Gli uomini del ROS, sotto il suo comando, catturarono Totò Riina guidati dal capitano Ultimo, omettendo di perquisire nell’immediatezza la sua abitazione-covo a Palermo. Agnese Borsellino, moglie del giudice Paolo Borsellino, rivela che il marito poco prima di essere ucciso le disse: "Ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu" (affiliato alla mafia), ma il generale si è dichiarato estraneo alle accuse e il gip di Caltanissetta nel maggio 2012 ha archiviato il procedimento. Nel 1994 è nominato generale di divisione e va in congedo con il massimo grado: generale di Corpo d'Armata.
Mario Mori: generale dei Carabinieri, è stato comandante del ROS dei Carabinieri e direttore del SISDE (il servizio segreto italiano). Mori è stato rinviato a giudizio dalla procura di Palermo insieme a Sergio De Caprio, entrambi furono poi prosciolti dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di “cosa nostra”. L'indagine era stata avviata dalla procura per accertare gli eventi che avevano portato alla ritardata perquisizione del "covo" di Totò Riina. Solo 18 giorni dopo si scoprì che i Carabinieri all’insaputa della Procura avevano omesso di presidiare il sito: Nel frattempo il "covo" era stato ormai abbandonato dalla famiglia di Riina e completamente svuotato.
Giuseppe De Donno generale dei Carabinieri che insieme a Subranni e Mori, dopo avere avviato i contatti con don Vito Ciancimino (ex sindaco di Palermo), avrebbe favorito “lo sviluppo della trattativa fra lo Stato e la mafia, attraverso reciproche parziali rinunce”. Da una parte cosa nostra con “la rinuncia alla prosecuzione della strategia stragista”, dall'altra i rappresentanti delle Istituzioni con “la rinuncia all’esercizio dei poteri repressivi dello Stato”.
I REATI:
Ai capimafia indagati i pm contestano il reato di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. Stessa accusa viene fatta a Calogero Mannino, già processato e assolto con sentenza definitiva dal reato di concorso in associazione mafiosa e al senatore Dell'Utri.
Di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato rispondono anche l'ex capo del Ros Antonio Subranni, il suo vice dell'epoca Mario Mori e l'allora capitano Giuseppe De Donno. "Hanno agito per turbare la regolare attività dei corpi politici dello Stato - si legge nell'atto d'accusa -. Hanno agito in concorso con l'allora capo della Polizia Parisi e il vice direttore del Dap Di Maggio, deceduti".
Per Massimo Ciancimino, invece, il reato contestato è il concorso in associazione mafiosa e di calunnia aggravata nei confronti dell'ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Nicola Mancino, nel '92 al dicastero dell'Interno, risponde di falsa testimonianza. Nell'indagine sono finiti anche l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, l'ex capo del Dap Adalberto Capriotti e l'europarlamentare dell'Udc Giuseppe Gargani: per loro l'accusa è di false informazioni al pubblico ministero ma l'avviso di conclusione indagini non è stato notificato. La legge prevede che l'inchiesta, in questo caso, sia bloccata fino alla definizione in primo grado del processo principale, quello, appunto, sulla trattativa.

Tutto è bene quel che finisce bene? Forse.
L'avviso conclusivo delle indagini non e' stato firmato né dal procuratore capo, Francesco Messineo, né dal sostituto Paolo Guido. Il primo ha affermato che la sua firma “non è obbligatoria”, il secondo semplicemente ha espresso un “dissenso rispetto alla linea portata avanti dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia.....”
Di certo le dichiarazioni di Ingroia sono intrise di una verità che fa accapponare la pelle: 
 “… fa ancora più impressione sapere che mentre i mafiosi uccidevano e seminavano morte e terrore con le bombe, c'era qualcuno dello Stato che trattava la tregua dietro le quinte". “La mafia - ha proseguito il magistrato - contrariamente ai cliché e ai luoghi comuni, che la intendono come antistato, non è antistato, ma ha una relazione organica e stabile con gli apparati, con le classi dirigenti del nostro Paese, locali e nazionali, e quindi in questo ambito, l'alternarsi di momenti di guerra e momenti di pace sono in realtà una sorta di braccio di ferro interno al blocco e al sistema di potere che ha governato il nostro Paese in senso economico, sociale e politico".
"La verità è che tutta la storia del confronto fra mafia e Stato non è una storia di guerra, ma di tregue e trattative. Lo Stato italiano, soltanto in brevi periodi e brevi parentesi in cui si sono create emergenze nazionali ed emozioni collettive all'indomani della stragi, ha creato una legislazione forte ed efficace. Ma erano semplicemente delle norme tampone - ha concluso Ingroia - mentre dietro le quinte già ci si dava da fare per stipulare una nuova tregua, un nuovo patto di connivenza"….




lunedì 11 giugno 2012

Giuseppe Valarioti, un eroe civile

Tra le notizie di oggi leggo: “Pio La Torre, dopo 30 anni si riapre l’indagine...”, Ah, però... dopo 30 anni siamo ancora alla ricerca dei possibili mandanti? Beh, al tempo “sparirono” documenti ed appunti che il Segretario regionale del PCI era intenzionato di affidare a dei professori universitari per fare luce sulla strage di Portella delle Ginestre... si disse nell’82, ma di questo materiale si perse traccia e memoria...
Poi leggo: “Trattativa Stato-mafia: indagato Mancino per falsa testimonianza”.... Ma guarda! Fammi pensare, ma Mancino, ma non è l’ex Ministro degli interni, già Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Presidente del Senato, per 2 volte presidente della Giunta regionale in Campania... Falsa testimonianza nel processo del Generale dei Carabinieri Mario Mori sulla trattativa tra Stato e mafia? Avviso di garanzia Nico’! ... OHIBO’ !
Ora che ci penso, qualche tempo fa all’uscita dell’aula del tribunale per quel processo, il P.M. Antonio di Matteo ebbe a dire: “QUI QUALCHE UOMO DELLE ISTITUZIONI MENTE....” 
Un’affermazione che scuote il sistema dalle fondamenta, trattandosi di stabilire se vi fu trattativa nel 92 – 93 con questo branco di assassini, non trovate?
Stasera torna in mente la canzone di Celentano “il mondo in MI settima”, ricordate? “Queste cose oggi non succedono più e poi, chissà di quand’è questo giornale...... E’ DI OGGI ! ”
E poi, mi imbatto nella recensione di un libro poco pubblicizzato: “Il caso Valarioti” (Rosarno 1980: così la 'ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria)...
Già, Giuseppe Valarioti, leggo: “un altro politico (onesto) ucciso dalla mafia calabrese, un professore di lettere con la passione per l’archeologia, convinto che l’impegno politico sia prerogativa fondamentale dell’uomo di cultura. Che l’impegno antimafia sia il fine e l’inizio dell’attività politica. Un maestro, un dirigente del Pci di cui la sinistra oggi sente terribilmente la mancanza. Fare la guerra alla ‘ndrangheta a casa sua, affrontare i mafiosi a viso aperto, senza scorta e senza spalle istituzionali. Farlo non per coraggio ma per coerenza, politica e civile. Peppe Valarioti è stata una delle pagine più belle e brillanti del PCI, stroncata da una ‘ndrangheta fottuta dalla paura per quell’intellettuale con gli occhiali quadrati e le lenti spesse, la notte tra il 10 e l’11 giugno del 1980: “... aiuto compagni mi spararu”, la corsa verso l’ospedale e poi il vuoto”....
Il vuoto creato da quegli spari che hanno avuto la durata di un momento, un vuoto infinito creato dal silenzio complice.
Si, la mafia uccide, il nostro silenzio pure. Certo la paura può far tremare i nostri denti, ma quando le nostre coscienze non riescono ad ignorare questa lunga scia di sangue, ci chiediamo come è possibile che sia successo tutto questo? Quello è il momento di dire adesso basta! Troppe volte ci siamo girati dall’altra parte e dimenticarli significa lasciare che accada ancora.