martedì 11 maggio 2021

Grazie Peppino

 

“La mia famigghia, il mio paese, io voglio fottermene, voglio dire che        la mafia è una montagna di mmerda 

Dopo 43 anni dalla morte per mano mafiosa dell’attivista antimafia Peppino Impastato, è quantomeno utile fare alcune riflessioni sull’attualità, che oggi vadano al di là della retorica.

Una riflessione riguarda Felicia, la mamma di Peppino. Lei è stata definita dall’A.N.P.I. “Partigiana Antimafia”. Così come non ci sarebbe stata liberazione dal nazifascismo senza il contributo delle donne Partigiane (lo disse Lidia Menapace), non ci sarà la Liberazione dalle mafie senza il contributo delle donne: mogli, figlie, sorelle, che hanno pianto i loro morti ammazzati, ma che però non si sono rassegnate: hanno tagliato, come Felicia i loro legami familiari e sociali ed hanno lottato, testimoniato contro i carnefici rischiando la vita. Noi oggi dobbiamo essere riconoscenti e dare solidarietà e sostegno a queste donne che troviamo impegnate nelle reti sociali di comunicazione con coraggiose testimonianze viventi di impegno e di lotta.

Una seconda riflessione va fatta a partire dalle battaglie civili di Peppino: a partire dal suo impegno e partecipazione nel 1967 alla “Marcia per un mondo nuovo” in Sicilia, Peppino aveva 19 anni quando partecipò. Il sociologo Danilo Dolci concluse l’iniziativa con le parole: “Il vecchio mondo è finito, non possiamo non vedere che un nuovo mondo ci occorre…

Il concetto fu ripreso da altri giovani, 34 anni dopo a Genova, che hanno gridato in piazza “un altro mondo è possibile”, ma sappiamo come siano stati anche malmenati e torturati…

Ed oggi? Oggi la pandemia ci insegna, non solo che questo altro mondo è possibile, ma è necessario.

Viene da pensare allora a Peppino, al suo impegno politico nel PSIUP, Democrazia Proletaria, quando organizzava nella sua Cinisi le lotte contro la disoccupazione, il clientelismo, lo sfruttamento degli edili, dei contadini espropriati delle loro terre per la costruzione di un assurdo aeroporto…, in una parola lotte per il riconoscimento di diritti e per la giustizia sociale; un impegno più che mai necessario oggi, che deve vedere sensibilizzati ed impegnati i giovani.

Un’altra riflessione deve riguardare il mondo della scuola, della cultura, dell’arte. Peppino nel suo impegno sociale e civile ha sempre sostenuto questi campi della vita civile. Celebre è rimasta quella frase sulla bellezza pronunciata dall’attore che lo interpretava nel film “I cento passi”, probabilmente non è una frase sua, ma è la sintesi del suo impegno per la salvaguardia dell’integrità del territorio, bene comune che veniva letteralmente depredato, deturpato, inquinato dall’appetito delle mafie e delle speculazioni che negli anni 70’ stavano creando le premesse per un falso sviluppo, che ci ha privato per sempre della bellezza del territorio, dell’ambiente e dei suoi delicati equilibri.

Peppino lo faceva con azioni concrete, con mostre fotografiche itineranti, passando l’informazione anche attraverso l’uso della Radio; un elemento questo che può e deve farci riflettere oggi rispetto alla diffusione e l’uso dei media…

Il suo certamente non era il giornalismo dei “talk show” di oggi, quasi sempre asservito ed al seguito di questo o quel personaggio. Quello di Peppino era un giornalismo di “controinformazione”, sempre alla ricerca della verità: come fu al tempo l’episodio degli omicidi di Alcamo Marina…

Un Peppino giornalista a cui toccò la stessa sorte di altri giornalisti “d’inchiesta”: Pippo Fava, Rostagno, Giancarlo Siani, uccisi dalla mafia, ma insieme un Peppino uomo di cultura, poeta, che amava la satira e la usava, insieme ai suoi compagni di lotta, per scagliarsi contro il potere mafioso, da qui la grande attualità della sua figura di intellettuale.

Ecco quello che rimane dopo 43 anni dal suo barbaro assassinio: cultura, bellezza, verità, giustizia, impegno civile e sociale, come lascito testamentario irrinunciabile per le generazioni a venire.

Non sapremo mai come sarebbe oggi Peppino, di sicuro è rimasto un ragazzo trentenne che può parlare ai giovani di oggi delle ingiustizie di un mondo che da allora è diventato più globale, un mondo che condanna alla morte per fame e denutrizione centinaia di milioni di esseri umani, un mondo in cui si producono e si vendono armi a paesi che non rispettano i diritti umani, forse oggi Peppino ci parlerebbe e si batterebbe contro tutto questo, con la sua militanza, con il suo impegno civile, ci parlerebbe e si scaglierebbe contro ogni tipo di sopruso, violenza anche di genere, di orientamento sessuale, dalla sua Sicilia, terra millenaria di accoglienza e di incontro tra culture, Peppino sarebbe accanto ai migranti che approdano li, rivendicherebbe con loro, organizzandoli, come faceva con gli edili, i contadini ed i disoccupati di allora, dignità, futuro, cittadinanza alle loro creature che nascono qui…

Di questo mondo nuovo che lui aveva in mente, che tanti avevano in mente, oggi Peppino ci parlerebbe. Se solo sapessimo ascoltare quelle parole e coniugare quell’impegno con la politica di oggi, incapace di guardare in prospettiva, che spesso si occupa dell’effimero e guarda solo da una parte, tutti insieme potremmo contribuire a costruire questo mondo nuovo.

 

Eri un fiore di campo, nato dalla terra nera. Questa terra un giorno tornerà splendere e insieme torneremo a cantare “Peppino è vivo e lotta insieme a noi”*





lunedì 1 febbraio 2021

Un giorno particolare

 

Un giorno particolare…

 

Giallo, Rosso, Arancione… spostandomi dalla Toscana alla Sicilia, tra il 31 Gennaio ed il 1° Febbraio oltre ai confini geografici ho attraversato zone con tutti gli indici di pericolosità previsti dalla norme vigenti in epoca di pandemia; verifica autocertificazione e tampone in aeroporto, hanno sancito infine il necessario “disco verde” anche da parte delle Autorità. Ogni volta, assaporo con piacere il “ritorno al mittente”, ma stavolta è stata una “corsa ad ostacoli” (colorati). E’ sempre bello riprovare questo senso di dolcezza legato al ritorno a Cinisi.

Immancabile, come sempre, la visita a Casa Memoria, nonostante la chiusura forzata imposta dalle limitazioni in epoca di Pandemia; le luci sono accese, Giovanni (come sempre) è li, un saluto  a Felicia che oggi era di passaggio... Accoglienza calorosa, incontro piacevole, interrotto da telefonate, appunti, sul tavolo un’agenda aperta “piena zipilla” (come siamo soliti dire in Toscana), di appuntamenti per eventi-incontri-presentazioni che vedranno impegnati lui, Felicia, “i ragazzi” di Casa Memoria nel tempo a venire.

A debita distanza (sigh!), sorseggiamo un buon caffè, parliamo delle criticità-limitazioni imposte dall’emergenza Covid, per le attività di Casa Memoria, dei recenti sviluppi della vicenda “caseggiato in Contrada Uliveto”, confiscato al Boss Badalamenti ed assegnato qualche giorno fa per “l’uso sociale” previsto dalla Legge n.109/1996, dal Comune di Cinisi, proprio a Casa Memoria: http://casamemoria.it/?p=2135

Un lieto fine a cui è stato possibile arrivare, attraverso un percorso “accidentato”, grazie all’impegno, il coraggio, la determinazione non solo di Casa Memoria, ma anche del Comune di Cinisi, con in testa il suo Sindaco.

Molti ricorderanno la vicenda, che ha degli aspetti “grotteschi” quasi in stile “Pirandelliano”: http://casamemoria.it/?p=2113, che per dirla alla maniera di Peppino, fa ancora percepire il solito stantìo odore….

Il libro. Con Giovanni parliamo un po’ dei contenuti del suo terzo libro, di recente uscita: “il coraggio della memoria”, una ricostruzione storica che partendo dal 2005 arriva al 2020, anno segnato dalla pandemia da Covid-19, con le relative preoccupazioni, ma la voglia di non fermarsi.

La scomparsa di mamma Felicia, il 7 dicembre del 2004, ha segnato un grande vuoto, la scelta di Giovanni Impastato è stata di mantenere fin da subito la promessa a lei fatta di "continuare a tenere aperta la Casa" insieme ai suoi familiari, ad alcuni compagni ed una nuova generazione che non ha conosciuto Peppino.

Dopo 16 anni, nasce l'esigenza di raccontare questa storia attraverso una raccolta di testi, articoli e documenti; riaffiorano tanti episodi ed analisi riguardanti la vicenda politica e sociale del nostro Paese, rileggerli è una spinta a continuare a costruire il futuro di questa storia, ma anche l'occasione per alimentare una discussione all'interno di quella parte della società civile che crede ancora in un possibile cambiamento.

Mentre autografava una copia del libro, di cui mi ha poi fatto gradito dono, con un pensiero personalizzato, con Giovanni abbiamo ripercorso poi un ricordo per me molto particolare, legato a questa data: il 1° Febbraio di 10 anni fa, Giovanni e Felicia furono protagonisti e graditi ospiti a Volterra e Pomarance, di iniziative pubbliche tenute anche nelle scuole, in tema di movimento antimafia, cittadinanza attiva, diritti civili, ripercorrendo le tappe della vita e dell’impegno civile di Peppino e di sua mamma Felicia: problemi di salute mi impedirono allora di partecipare alle riuscitissime e partecipate iniziative per la presentazione del suo primo libro “Resistere a Mafiopoli”, dopo una fase organizzativa che avevo curato con i Comuni e le associazioni di promozione sociale del territorio di quella parte della Toscana…


 

martedì 8 dicembre 2020

Come la manna dal cielo

 

Come la manna dal cielo…. anzi no, dal frassino !


Una storia legata indissolubilmente alla mia terra:
la Sicilia. Ora
che di anni ne ho tanti, di cui tuttavia solo metà, trascorsi nella mia terra natìa, a volte mi scopro a ricordare episodi, racconti di esperienze e di vite vissute, narrati da persone care, quasi a voler testimoniare un mondo che, ahimè non esisteva più, già allora.
Oggi nel ripercorrere quei ricordi lontani nel tempo, provo quasi un senso di dolcezza, come per l’episodio che racconto.
Avevo circa 10 anni ed un piede che come misura “prometteva bene”, portavo già il 40 !
Scherzosamente mio padre: “eh, se continui così da grande come scarpe ti ci vorranno le scatole di manna…”, intuivo il senso, ma non il significato delle parole, così incuriosito chiesi lumi: fu allora che appresi dal racconto dei suoi ricordi da ragazzo, di un mondo che già allora (primi anni ’70), da tempo non esisteva più: una civiltà contadina che viveva dei frutti della terra, coltivata con sudore e fatica…
Da Pozzillo, (località di Cinisi - PA), mi indicò la costa verdeggiante, lato Nord, di Monte Pecoraro, sormontata dalla roccia dolomitica, tagliata fino alla sommità dalla “scala di lu bannutu”, e lui: - “vedi, quello è “voscu tagghiatu (bosco tagliato), li crescono i frassini, da cui un tempo si ricavava la manna… che si vendeva in scatole che sembravano delle grosse scarpe”,  ed io: - “Frassini? Manna?”
Lui: “Eh…, cose d’altri tempi. Tempi di miseria e di lavoro duro, pensa che da ragazzo, prima di arruolarmi (1), con l’asino andavo su e giù per i viottoli di quella pendice per raccogliere la manna, le fascine di sommacco (2) , le carrube e le mandorle, ma vieni, ti faccio vedere…”.

Prese un attrezzo nella stalla, e mi disse: “chistu è u cuteddu mannaloru(3), lo affilò con fare sicuro, nel sasso piatto che stava sull’orlo della “gebbia” (4) e ci avviammo.
Scavalcammo un muretto di pietre a secco e di là, oltre le piante di fico d'india, quello che fino ad allora per me era solo un albero.
Scelse una pala di fico d'india concava, la staccò e la ripulì dalle spine con un coltellino per innesti, liberò il tronco del frassino dall’edera, posizionò la pala di fico d'india al piede dell’albero e con fare sicuro praticò una tacca non profonda sul tronco. “Ecco, ogni giorno si fa questa operazione, uscirà un liquido che gocciolando lungo il tronco, si raccoglierà nella pala concava e si solidificherà con il calore del sole, diventando bianco e dolce, quella è la manna”.
Ripetemmo l’operazione della “ntaccatura” per diversi giorni e finalmente anche il nostro palato poté assaporare la dolcissima manna, insieme alle formiche che dovettero trascorrere una “dolce” estate…

 Note:

  1. Vito Randazzo, si arruolò nell’Arma dei Carabinieri nel 1936.
  2. Il “Sommacco” è un arbusto deciduo, che può raggiungere altezze fino a 3 metri. Ha foglie pennate, lunghe 10-20 centimetri, con bordo seghettato. I fiori, di colore giallo-verdastro, sono riuniti in pannocchie. Fiorisce in maggio-agosto. I frutti, sono drupe di colore rosso-bruno; sono velenosi se consumati freschi. Un tempo dalla corteccia e dalle foglie della pianta si estraevano i tannini impiegati in tintoria e nel processo di concia delle pelli.
  3. un particolare coltello (foto) necessario per incidere il tronco, nell’estrazione tradizionale;
  4.  la "gebbia" è la vasca o il recipiente atto a contenere l'acqua utilizzata per l'irrigazione nei mesi caldi. Arrivò in Sicilia intorno al 1000 durante la fase dell'Emirato di Sicilia.  (il nome deriverebbe infatti da djeb - "cisterna per la raccolta delle acque").

venerdì 28 agosto 2020

Malincarnatu


Male radicato - Collettivo Musicale Peppino Impastato

Il “Collettivo” è nato un anno dopo l’uccisione di Peppino Impastato, per iniziativa di un gruppo che ha vissuto, in prima persona, quella drammatica esperienza, insieme ad altri momenti di partecipazione politico-culturale, come quelli del “Circolo Musica e Cultura” (Cinisi) e “Radio Aut” (Terrasini), due poli di aggregazione giovanile di cui Peppino era stato animatore. Originariamente era composto da vecchi Compagni di Peppino, che hanno condiviso il progetto sviluppato nei suoi vari aspetti; oggi anche da nuovi componenti che per motivi anagrafici non hanno potuto vivere le stesse esperienze, ma che danno un contributo indispensabile al Collettivo, sempre nella memoria di Peppino.
Il “Collettivo” si propone, con un lavoro d’analisi, di ricerca e di composizione, di portare in pubblico la propria esperienza di lotta contro la mafia come contributo per una maggior presa di coscienza nei riguardi di questo triste fenomeno del sottosviluppo meridionale. La struttura musicale dei brani è sviluppata sulle caratteristiche fondamentali della musica popolare siciliana e nello stesso tempo è aperta agli aspetti più avanzati del folk contemporaneo, senza le consuete demagogie con cui questo genere di musica è solitamente proposto.
In questi anni di attività il gruppo si è proposto spesso nelle scuole suscitando interesse nei ragazzi che li ascoltano. In Sicilia fanno parecchi spettacoli, ma il loro intervento viene apprezzato soprattutto nella penisola: hanno aperto il concerto dei Modena City Ramblers, hanno partecipato alla festa del 1 maggio 2005 a Bologna esibendosi davanti a circa 25.000 persone e riscuotendo un grande successo per il contenuto politico che è riuscito a portare in quell’occasione, ha fatto nel 2008 da gruppo spalla a Carmen Consoli….

Malincarnatu (Male radicato)

Male che non posso vedere,
Male che non posso toccare,
Male che non voglio curare,
ce l’ho radicato nel sangue.

Male che rompe le ossa,
Male che ti scava la fossa,
Male che non ci fa più vivere,
è radicato nel sangue.

Male che non ci fa più dormire, né sognare
per i nostri figli una terra senza imbrogli…
una terra senza “uomini d’onore”.

Male che non conosce padrone,
Male che ci lascia digiuni,
Male che ci toglie la speranza,
alleva solo uomini omertosi.

Male che ti entra nella testa,
Male che non vuole che pensi,
Male che uccide i sogni
prima di uccidere la gente.

Male che non ci fa più dormire, né sognare
per i nostri figli una terra senza imbrogli…
una terra senza “uomini d’onore”.

Tanto le cose non cambiano, la gente non vuole
teste che non servono andrebbero estirpate
Tanto le cose non cambiano,
Questo è un male radicato (malincarnatu)

                                          (Di Mercurio)


Contatti:
Indirizzo di riferimento:
Corso Umberto I n° 220, 90045 Cinisi (PA)
Sede dell’Associazione Culturale CASA MEMORIA Felicia e Peppino Impastato
Tel. 091 8666233 - info@casamemoria.it





domenica 14 giugno 2020

Gli eroi se ne vanno, gli arrabbiati piangono

 

Gli eroi se ne vanno, gli arrabbiati piangono…

Questo articolo è stato pubblicato ormai 11 anni fa su Liberazione e vuole essere un ricordo non solo di un gruppo musicale fra i migliori che abbiano mai calcato le scene italiane, (il migliore probabilmente), ma la foto di un’epoca lontana, dimenticata e mal raccontata per mille ragioni. Un’epoca ed una storia che hanno ancora molto da dire.
Trent’anni fa scompariva “Il maestro della voce” e il riflusso inghiottiva una generazione….
Nei tuoi occhi c’è una luce/ che riscalda la mia mente/ con il suono delle dita/ si combatte una battaglia/ che ci porta sulle strade/ della gente che sa amare”.
Versi di una canzone, ripresa poi negli anni ma che nessuno ha mai cantato come Demetrio Stratos, che nessuno ha mai suonato come gli Area, forse il miglior gruppo musicale mai cresciuto in Italia. Il titolo della canzone ricorreva nelle tempeste degli anni Settanta come una meteora, un sogno a cui continuare a guardare, “Gioia e rivoluzione”.
14 giugno 1979, piove a Milano, di quella pioggia plumbea che a tratti sembra dare tregua e che poi riprende incessante. Piove sui volti e sui corpi di sessantamila persone radunate all’arena civica, per una speranza che si era trasformata in un addio.
Una storia ancora difficile da mandare giù: Demetrio Stratos e gli Area erano divenuti in pochi anni, l’emblema stesso di una militanza non rituale, della capacità propria della musica, come delle arti, di toccare corde profonde, testi intensi e carichi di allusioni, musiche frutto di infinite contaminazioni, la scelta di stare sul palco alla stessa maniera di cui si andava in piazza, ma con la voglia perenne di rompere schemi, consuetudini, retoriche. Ares Tavolazzi al basso, Patrizio Fariselli alle tastiere, Giulio Capiozzo alla batteria, diventano gli assi portanti del gruppo, nato nel 1972, ma sono numerosi i musicisti che hanno attraversato questa singolare esperienza musicale e politica.
E poi la voce di Demetrio, qualcosa che arrivava da un mondo ignoto, figlia del suo essere nomade, partorita dal Mediterraneo. Demetrio Stratos era nato ad Alessandria d’Egitto il 22 aprile del 1945, da genitori greci, sin da piccolo inizia a studiare pianoforte e fisarmonica al conservatorio.
Dopo il colpo di stato di Nasser, la famiglia lo aveva mandato a studiare a Cipro, ma nel 1962 era a Milano, iscritto ad Architettura. Ma la musica prima e la politica poi, lo assorbono rapidamente. Soul, rhytm and blues, rock, suoni senza confini, world music diremmo oggi, mano mano diviene cosciente dei propri mezzi vocali.
Un periodo beat, con “I Ribelli” e poi finalmente gli “Area” e la casa discografica che tenta di rompere il dominio delle major la “Cramps”. Con gli Area i testi diventano chiaramente militanti, il gruppo sostiene i gruppi della sinistra radicale di allora, le cause internazionaliste, viaggia nei festival della gioventù in mezzo mondo e ogni volta torna più ricco di sonorità e di contenuti.
Dischi di impatto forte Arbeit macht frei , Caution Radiation Area , Crac , il live Are(a)zione , Maudits fino a 1978, Gli Dei se ne vanno gli arrabbiati restano , per citare i più noti.
Ma l’esperienza degli Area, nonostante la vasta risonanza internazionale va stretta a Demetrio che da tempo aveva iniziato un lavoro sperimentale partendo dall’incredibile assurda voce di cui era dotato. Una voce capace di raggiungere i 7000 hz di frequenza, oltre 12 volte quella di un normale tenore, la capacità di emettere contemporaneamente due, tre, quattro suoni. Una voce che lo portò ad inoltrarsi nei territori della ricerca etnomusicologa, era diventato Il maestro della voce . Aveva mille progetti quando la diagnosi arrivò come un fulmine inatteso, anemia aplasica.
Allora le sole speranze le davano le cliniche statunitensi, e allora una corsa contro il tempo, bisognava raccogliere i soldi per pagare le spese, per trovare le cure. Demetrio non era mai diventato ricco.
E allora un concerto, un evento unico in cui i musicisti avrebbero suonato gratuitamente e l’incasso sarebbe andato direttamente per salvarlo. Ma come in un romanzo scritto male, il 13 giugno del 1979, alla vigilia dell’appuntamento, Demetrio Stratos moriva a New York per arresto cardiocircolatorio.
E il concerto, che dalla pubblicistica è ricordato come la “Woodstock italiana”, si trasformò in un omaggio, un saluto a cui risposero musicisti di ogni tipo e a cui accorsero ragazzi e ragazze da tutta Italia. Ore di musica, a bestemmiare contro quella pioggia che sembrava cadere apposta, contro i primi segni del riflusso per cui c’era anche chi contestava il musicista sul palco perché poco orecchiabile, a emozionarsi quando salivano le icone del tempo, poche parole e giù una canzone che sembrava tirata su apposta.
C’erano artisti ancora in attività come Guccini, Finardi, Vecchioni, il Banco del Mutuo Soccorso, Venditti, Branduardi, gruppi scomparsi come i Carnascialia (Con Mauro Pagani), i Kaos Rock, gli Skiantos, e tanti e tanti altri.
Difficile ricordarli tutti, si celebrava un funerale gioioso ed emotivamente accomunante, ma insieme a Demetrio se ne stava andando un epoca, anche se era impossibile rendersene conto.
Suonavano altri, ma sognavamo che da li ad un momento sarebbe apparso Demetrio, con l’aria scanzonata che gli era solita, il profilo inconfondibile, un cappellaccio e un sorriso sghembo.
Sognavamo di sentire riecheggiare “Luglio, agosto, settembre nero”, “L’elefante bianco”, “La mela di Odessa”, di svegliarci da un incubo grazie ad una voce che arrivava da un altro pianeta.
Il concerto andò avanti per ore, fra continui black out dovuti alla pioggia, pause estenuanti, microfoni che non funzionavano, amplificazioni che tossivano e distorcevano. C’era chi saliva sul palco come se nulla fosse accaduto, chi a testa bassa, con il cuore altrove, chi preso dal proprio pezzo, chi consapevole di rappresentare una parte di un cosmo, di una generazione che andava in frantumi. Fuori c’erano l’eroina e la solitudine, la metropoli che si imbarbariva, le relazioni che saltavano, il piombo delle ultime avanguardie armate e il trionfo della Milano degli affari e della corsa al profitto.
Fuori c’era un mondo che era andato in senso contrario rispetto alle aspettative, alle speranze, ai sogni di molte e di molti, si tornava indietro, protetti da modelli rassicuranti ed escludenti, di cui presto si sarebbero visti i frutti. Ma dentro quell’arena c’era ancora voglia di sperare e di credere che la musica non si sarebbe interrotta, che si stavano condividendo insieme, una tappa dura di un percorso che non terminava lì, che non moriva come era morto Demetrio.
L’Arena, fradicia, era un guscio di noce a cui aggrapparsi, in cui pensare che suoni e parole potessero tornare a riempire il silenzio che cominciava ad invadere le vite e la quotidianità. Le parole erano le parole dolci e dure di chi non si rassegnava, la musica permetteva di intravedere un domani meno piovoso, carico di ironia, passione, rabbia, vitalità. Squarci di luce che non potevano essere irrigimentabili in un razionale progetto politico tradizionale, che guardavano verso il mondo in mutazione con la voglia di riappropriarsene, di impedire che qualcosa o qualcuno di cui non si conosceva l’identità, trasformasse tutto in merce.
Gli Area, senza Demetrio salirono più volte sul palco, a voler sfidare il mondo e la mortalità delle persone, a voler proporre un futuro dalle sonorità distorte e penetranti, capaci di rinnovarsi, di saltare l’ostacolo, di esistere. Le facce dei membri della band erano poco più che un punto dagli spalti. Anni dopo, a riguardare i filmati di repertorio, si ritrovano volti segnati e improvvisamente induriti dagli anni, dalla Storia che passava davanti, dalla tensione, da un dolore che si trasformava in accordi.
Arrivò come un colpo al fegato, l’Internazionale distorta e suonata con rabbia e coraggio.
Arrivò in un silenzio irreale che nessuno voleva rompere.
Note lancinanti che chitarra e basso elettrico rendevano infinite, la batteria scaricava tuoni, forse scomposti. Pochissimi, interminabili minuti.
Ed erano tanti i volti di uomini e donne rigati dalle lacrime, tanti gli ingenui e sinceri pugni alzati.
Contro un cielo, contro una morte, contro qualcosa che finiva, inevitabilmente, come tutto.
La Cramps, in uno dei suoi ultimi ruggiti, trasse dal concerto un doppio LP, che in tanti oggi custodiscono come si fa con qualcosa di caro e intimo.
E c’è chi ancora oggi ascolta gli Area nel periodo del massimo splendore, chi li scopre e resta incantato da suoni e parole ancora avanti nel tempo.
Imparare a leggere le cose /intorno a te/ fino a che non se ne scoprirà /la realtà/ districar le regole che non ci funzionan più/spezzando tutto con/radicalità….



[ Manifesto della "Prima Rassegna di Musica Alternativa "VOLTERRA CONTRO" 1 Settembre 1974 ]

lunedì 8 luglio 2019

Lettera di Abraham Lincoln


La lettera di Abraham Lincoln all’insegnante di suo figlio


Abraham Lincoln fu un politico e avvocato statunitense e il 16esimo presidente Usa, il primo appartenente al partito repubblicano. Pose fine alla schiavitù con la ratifica del XIII emendamento della costituzione a stelle e strisce nel 1865.
Questa è una celebre lettera che Lincoln inviò a all’insegnante di suo figlio il primo giorno di scuola. Dalla lettera emerge l’importanza data alla figura dell’insegnante e alla formazione, dove la scuola si eleva a guida fondamentale per un individuo.

“Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato con delicatezza. È un’avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere questa vita richiederà Fede, Amore e Coraggio. Quindi, maestro caro, la prego di prenderlo per mano e di insegnargli le cose che dovrà conoscere. Gli trasferisca l’insegnamento, ma con dolcezza, se può. Gli insegni che per ogni nemico c’è un amico. Dovrà sapere che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. Gli faccia però anche comprendere che per ogni farabutto c’è un eroe, che per ogni politico disonesto c’è un capo pieno di dedizione.
Gli insegni, se può, che 10 centesimi guadagnati valgono molto di più di un dollaro trovato; a scuola, o maestro, è di gran lunga più onorevole essere bocciato che barare. Gli faccia imparare a perdere con eleganza e, quando vince, a godersi la vittoria. Gli insegni a esser garbato con le persone garbate e duro con le persone dure. Gli faccia apprendere anzitutto che i prepotenti sono i più facili da vincere.
Lo conduca lontano, se può, dall’invidia, e gli insegni il segreto della pacifica risata. Gli insegni, se possibile, a ridere quando è triste, a comprendere che non c’è vergogna nel pianto, e che può esserci grandezza nell’insuccesso e disperazione nel successo. Gli insegni a farsi beffe dei cinici. Gli insegni, se possibile, quanto i libri siano meravigliosi, ma gli conceda anche il tempo di riflettere sull’eterno mistero degli uccelli nel cielo, delle api nel sole e dei fiori su una verde collina.
Gli insegni ad aver fede nelle sue idee, anche se tutti gli dicono che sbaglia. Cerchi di infondere in mio figlio la forza di non seguire la folla quando tutti gli altri lo fanno. Lo guidi ad ascoltare tutti, ma anche a filtrare quello che ode con lo schermo della verità e a prendere solo il buono che ne fuoriesce.
Gli insegni a vendere talenti e cervello al miglior offerente, ma a non mettersi mai il cartellino del prezzo sul cuore e sull’anima. Gli faccia avere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso. Gli insegni sempre ad avere suprema fede nel genere umano e in Dio.
Si tratta di un compito impegnativo, maestro, ma veda che cosa può fare. È un bimbetto così grazioso, ed è mio figlio”. 


venerdì 5 luglio 2019

Filippo Basile


FILIPPO BASILE - quel funzionario ucciso per vendetta

Vent’anni fa, il 5 Luglio 1999, l'omicidio di Filippo Basile, 38 anni. Era stato nominato capo del personale dell'assessorato all'Agricoltura e Foreste. Mandante del delitto è stato Nino Sprio, ex funzionario della Regione Sicilia.
Basile fu ucciso con tre colpi di pistola in pieno giorno; un omicidio che aveva fatto ripiombare di colpo Palermo nel suo periodo più buio. Il delitto si consuma nei pressi dell'assessorato regionale all'Agricoltura. Il killer raggiunge Basile in un parcheggio mentre era seduto in auto e stava per rientrare in ufficio, si finge un posteggiatore e chiede qualche spicciolo; poi estrae la pistola e apre il fuoco, uccidendo il dirigente; senza far rumore, perché la pistola è col silenziatore.
L'assassino aveva tagliato la ruota anteriore sinistra dell'auto per non far scappare la sua vittima. Per la fredda modalità di esecuzione si parlò subito di mafia.
Qualche mese dopo Ignazio Giliberti, sicario palermitano in missione in Toscana, confessa e ammette di essere un killer al soldo di un funzionario regionale corrotto.
Racconta di aver ammazzato Filippo Basile e risolve un giallo eccellente che ha per sfondo gli intrighi della Regione siciliana. A commissionare l'omicidio è stato Nino Sprio, ex impiegato della Regione Sicilia, per vendetta. Nino Velio Sprio era stato arrestato nell'86 per una storia di truffe su contributi agricoli.
Basile era capo del Personale dell'assessorato: si era messo in mente di fare il proprio dovere licenziando Sprio, dopo che lo stesso era stato condannato con sentenza definitiva per vari reati, all’interdizione dai pubblici uffici, ma la pratica del licenziamento si era “bloccata” per mesi, per motivi burocratici e cavilli; ci mette un tempo infinito per scendere le scale dal quarto al secondo piano e l’assessore all’Agricoltura, divenuto poi Presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, non trova il tempo di firmarla perché troppo occupato con la campagna elettorale.
Una campagna a cui pare che partecipi anche Sprio, almeno a sentire il killer Ignazio Giliberti. Sprio e Cuffaro sono compaesani, entrambi di Raffadali e, sempre a sentire il killer Giliberti, Sprio chiama Cuffaro “il mio figlioccio”.
La pratica per il licenziamento di Sprio verrà firmata da Cuffaro il 12 luglio 1999, sette giorni dopo l’uccisione di Filippo Basile.
Nelle motivazioni della sentenza per il delitto Basile, i giudici denunciano le responsabilità di Cuffaro nella creazione del clima di ostile isolamento in cui il funzionario trascorreva i suoi giorni all’Assessorato.
A distanza di tanto tempo è giusto ricordare Filippo Basile e vederlo come punto di riferimento per quanti vivono la dimensione della pubblica amministrazione come servizio a favore della comunità. Un ricordo che è anche rifiuto e condanna di quei comportamenti, per fortuna sempre più socialmente e culturalmente isolati, di chi vive la dimensione amministrativa e politica come clientela e subcultura mafiosa".
Nino Velio Sprio, è morto nel 2016 all'età di 73 anni, nella sua abitazione palermitana, condannato a cinque ergastoli per altrettanti omicidi, commessi tra la fine degli anni '80 e la fine degli anni '90; malato da tempo, aveva ottenuto la detenzione domiciliare già nel 2002.