venerdì 9 agosto 2013

Nel paese dei balocchi - In cammino contro il gioco d'azzardo

Il libro di Filippo Torrigiani, sarà presentato dall’autore a Cecina (LI) mercoledì 14 agosto con la partecipazione di Don Armando Zappolini, portavoce nazionale della campagna “mettiamoci in gioco”.

“Il gioco d’azzardo non produce né cultura né socialità, ma si limita ad arricchire le tasche di pochi, ad evidente scapito del tessuto sociale.
E’ necessario trovare soluzioni concrete per ridurre i rischi sanitari e i costi per la collettività connessi al gioco d’azzardo, facendo particolare attenzione agli interessi malavitosi, sempre più manifesti, che si annidano in questo articolato settore….”
Sono parole usate dall’autore nella presentazione del libro ad Empoli qualche mese fa. Il libro è la testimonianza del lavoro svolto in questi anni con l’amministrazione comunale l’ARCI ed Avviso Pubblico, nell’empolese-Val d’Elsa.
Il comune di Empoli, dove Torrigiani era assessore, nel 2009 è stato uno dei primi in Italia a dotarsi di un regolamento per mettere un freno alla proliferazione delle sale da gioco sul proprio territorio. Esperienza poi “traslata”, come buona pratica amministrativa in Avviso Pubblico, associazione di Enti Locali per la formazione civile contro le mafie, dove è stato costituito un gruppo di lavoro sul gioco d’azzardo del quale Torrigiani è il responsabile nazionale molto attivo.
Avviso pubblico ha proposto numerosi progetti legati alla lotta alla criminalità e al gioco d’azzardo, proposte che sono poi arrivate in Parlamento circa un anno fa, grazie soprattutto al forte impegno dell’On. Laura Garavini, allora capogruppo PD in Commissione Antimafia.
L’impegno di Torrigiani ha dato i suoi frutti nella collaborazione a scrivere ed a presentare alla Camera, la prima proposta di legge organica sul tema del gioco d’azzardo in Italia, sintesi dei suggerimenti che Avviso Pubblico ha elaborato in questi anni; impegno che è poi confluito nella Campagna nazionale “Mettiamoci in gioco”, promossa dal CNCA e da altre associazioni, che mira a modificare l’attuale legislazione in materia di regolamentazione del gioco d’azzardo nel nostro Paese, chiedendo pubblicamente ai partiti e ai candidati alle passate elezioni politiche di assumersi questa responsabilità.
L’intero ricavato delle vendite del libro, come dichiarato dall’autore, sarà destinato al sostegno del progetto Calabria avviato dalla sezione soci coop di Empoli, per finanziare in particolare le attività della cooperativa Valle del Marro, che nella piana di Gioia Tauro lavora i terreni confiscati alla mafia calabrese.

mercoledì 31 luglio 2013

La casa memoria di Peppino Impastato diventa un museo

Cinisi (PA) 25 luglio 2013
... le note di Bob Dylan accolgono chi entra. "How many roads... ", suona Blowin’in the wind dal vinile The Freewheelin’, custodito tra i suoi dischi preferiti, accanto a quelli di Joan Baez, Fabrizio De Andrè e Luigi Tenco.
Sul comodino gli scritti di Lenin, La Peste di Camus e l’ultimo libro letto: La scomparsa di Majorana, di Leonardo Sciascia. Sul letto la coperta di lana fatta a mano dalla mamma.
In un angolo, la chitarra che non sapeva suonare "ma tanto c’è sempre qualcuno che avrà voglia di farlo". Più in là c’è la Zenith acquistata qualche mese prima per documentare il marcio che gli stava intorno e quel po’ di bellezza che era riuscito a preservare e a far prosperare intorno a sé. Sulla scrivania, di fianco al mappamondo che segna ancora i confini dell’Urss, c’è l’Olivetti. Su quei tasti prendevano forma idee e progetti, denunce e amarezze, documenti politici e riflessioni intime.
Il pubblico e il privato di chi alla parola, scritta o scandita con voce netta, urlata nei comizi o sublimata nello sberleffo ai microfoni di Radio Aut, non aveva mai rinunciato. Sentendone il peso e la responsabilità fino all’estremo. Alle pareti la tessera da giornalista postumo, la laurea alla memoria in Filosofia assegnata nel 1998, il manifesto del circolo di Musica e Cultura che nel 1977 prometteva una mini Woodstock tra gli ulivi e i pascoli spazzati via dal cemento dell’aeroporto, alle falde di una montagna maledetta.
Rivive da oggi, come se il tempo non fosse passato, la stanza di Peppino Impastato al primo piano in fondo al corridoio della casa lungo il corso principale di Cinisi nella quale la mamma Felicia e con lei il fratello Giovanni, la cognata Felicetta e i compagni del Centro di documentazione intitolato alla sua memoria attesero per anni, scontrandosi contro un muro di silenzi e omertà di Stato, che giustizia arrivasse….
Dai libri preferiti ai dischi in vinile, dai documenti utilizzati a ‘Radio Aut’ all’ultimo testo letto prima di essere ucciso dalla mafia. Il mondo di Peppino Impastato, l’attivista assassinato da Cosa nostra a Cinisi nel 1978, sarà mostrato al pubblico nella sede della storica Casa Memoria in corso Umberto 220 a Cinisi (Pa).
Quella che era l’abitazione di famiglia, infatti, è stata trasformata in una struttura adatta ad accogliere i numerosi visitatori che ogni anno raggiungono Cinisi per conoscere la storia e i luoghi di Peppino Impastato. I lavori di ristrutturazione sono stati realizzati grazie al progetto ”Un ponte per la memoria”, sostenuto da Fondazione con il Sud e diretto da Claudio La Camera, responsabile dell’Osservatorio sulla Ndrangheta di Reggio Calabria che, insieme a Giovanni Impastato, fratello di Peppino, ha curato l’allestimento della nuova casa-museo.
All’interno, un punto accoglienza, un bookshop, e un’area espositiva. Nella Casa-Museo ci sono numerosi materiali inediti di Peppino Impastato che prima d’ora non sono mai stati mostrati al pubblico. Al primo piano della casa è stata ricostruita la stanza di Peppino Impastato, quando Peppino viveva con la madre Felicia. Nella camera ci sono i suoi dischi in vinile e i suoi libri preferiti, compreso l’ultimo testo letto prima di essere ucciso dalla mafia.
Nello stesso piano della sua stanza, è stata allestita una sala lettura con alcune vetrine in cui sono stati esposti i libri che Impastato leggeva, i documenti dell’attività di Radio Aut o i numeri del giornale ”L’idea socialista”. Al centro della sala, la scrivania di Peppino Impastato con la sua macchina per scrivere e materiali inediti.

domenica 9 giugno 2013

Sentenze...

"Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro.
Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l´aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato.
Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato." Così nel 2009 Erri de Luca rispose ad alcune vergognose affermazioni di Giovanardi sul caso Cucchi.
Sono passati anni, ma certe cose non sono cambiate. Purtroppo.

venerdì 24 maggio 2013

Quell'autentico "pazzo" di Don Gallo

[Maria R. Calderoni in data:22/05/2013]
Da prete prete ne ha combinate così tante che ha finito per diventare, se non la pecorella smarrita, la pecora nera del cardinal Siri. Che infatti lo mise al bando, lo relegò in cattività, gli tolse il posto.
Quel grande "pazzo" di Don Gallo che, da prete prete, osava dire cose inaudite. Tipo: «Quando dò da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista». Tipo: «Alla fine, Dio non ci chiederà se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili». Quell'incredibile "pazzo" di don Gallo che osava richiamarsi, nelle parole e nei fatti - figurarsi, nel 2000! - a quell'altro fantastico "pazzo" di don Milani, quel rivoluzionario della "Lettera a una professoressa". Un "pazzo" tale, che da "pazzo" se ne è andato.
Felice di esserlo, stay foolish stay hungry: ciao Don Gallo, noi ti diciamo grazie. Don Gallo, ma anche "compagno" don Gallo: «Compagno, questa parola mi piace», diceva. Don Gallo, con la sua faccia scavata, il suo sguardo severo, l'eterno mezzo toscano tra le labbra, il cappello a larghe tese da anarchico. 
«Angelicamente anarchico», si proclamava infatti lui (è anche il titolo di un libro che ha scritto nel 2005 ). Anarchico fino in fondo, irriducibile ribelle.
Era il marzo 2013, e lui è sempre lì a dire le sue parole-contro, in quella città del Nord che è quasi una piccola capitale leghista. «Avevo 17 anni e un mese quando è nata la democrazia in Italia e adesso che sono vecchio non la voglio vedere morire». Lì che canta e fa cantare "Bella Ciao", per poi passare in rassegna con lucida veemenza la "scandalosa" situazione politica che ha sott'occhio. «Oggi abbiamo un nuovo governo, ma dov'è il popolo nel nuovo governo?».
Il popolo non c'è, perché, lo vedete, «un governo c'è, ma da sempre è quello delle banche». Ancorché prete, pericolosissimo. E infatti hanno tentato in vari modi di fargliela pagare, a quel «prete che si è scoperto uomo».
Andrea Gallo nasce a Genova il 18 Luglio 1928, diventa sacerdote nel 1959, e l'anno dopo è già cappellano sulla Garaventa, la nave-scuola dove vanno a finire «i piccoli delinquenti». È un riformatorio per minori, la Garaventa; ma quando arriva quel prete nuovo che si è formato tra i salesiani e che, oltre don Bosco, ammira e segue il don Milani dei poveri e degli emarginati, lì dentro cambia tutto. Spariscono "i piccoli delinquenti", i ragazzi ridiventano ragazzi, magari difficili, ma sempre ragazzi; quel prete "pazzo" bandisce ogni forma di coercizione, pena e repressione; lui adotta la rieducazione basata sulla libertà, la generosità, la comprensione.
L'umanità. Quei "piccoli delinquenti" ai quali lui consente di uscire, persino di andare al cinema, di autogestirsi, persino di sentirsi rispettati. È il primo scandalo di don Gallo. I suoi superiori si seccano, dopo tre anni lo rimuovono dall'incarico senza fornirgli spiegazioni; e lui lascia i salesiani: «La congregazione - dirà poi - si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale». È quindi inviato a Capraia e nominato cappellano del carcere; e due mesi dopo viene destinato in qualità di vice parroco alla chiesa del Carmine, a Genova; dove rimarrà fino al 1970. Ma anche da lì quell'anomalo di don Gallo viene "trasferito". Per ordine diretto del cardinal Siri. La sua predicazione è un altro scandalo, il cardinale è furioso.
«I suoi sermoni - è l'accusa - non sono religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti». E per di più quel prete sovversivo non si limita solo a predicare; addirittura mette in pratica quello che dice. Inaudito, la sua parrocchia, oltre che la casa di Dio, diventa la casa di tutti, poveri, emarginati, neri, sessantottini, militanti di sinistra inclusi. Inaudito. Arriva persino, in una sua scandalosissima predica, a prendere le parti di quei reprobi scoperti a frequentare una fumeria di hashish. Eegregi sepolcri imbiancati, osa dire!, guardate che ci sono in circolo droghe ben peggiori di cui nessuno parla mai. Per esempio «quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare "inadatto agli studi" se figlio di povera gente; oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare "azione a difesa della libertà"». È il colmo, don Gallo deve andarsene. Quel prete che non piace a Siri piace però moltissimo ai suoi parrocchiani, ai cittadini, alla gente; ci sono proteste, cortei e striscioni, ma la Curia è inamovibile, don Gallo deve andarsene.
E così è, anche perché lui è testardo e persevera (diabolicamente) a proclamare sempre quello: e cioè che bisogna lavorare e combattere per i poveri, per gli ultimi, «per quella gente che non conta mai». Insomma, è chiaro, quel don Gallo «è oramai sfacciatamente comunista». Fuori. Se ne deve andare. E comincia la terza vita di don Gallo. Qualche tempo dopo infatti viene accolto dal parroco di San Benedetto al Porto, don Federico Rebora, e insieme a un piccolo gruppo dà vita ad una comunità di base, la Comunità di San Benedetto al Porto, Genova.
E nella "sua" comunità ne combina più di Carlo in Francia. In segno di protesta contro la stupida legge, si prende lo sfizio di mettersi a fumare uno spinello in pubblico, addirittura all'interno del Palazzo comunale, facendosi appioppare la debita sanzione.
È amico degli scandalosi Vasco Rossi, Piero Pelù, Modena City Ramblers; con tutta la sua Comunità scende in campo a sostegno del Movimento No Dal Molin, mai più basi militari Usa in Italia, e sempre manterrà tale impegno. È coi 130 mila nel corteo del 2007; ed è la sua Comunità che nel 2009, insieme ad altri 540, decide di acquistare il terreno dove ha sede il Presidio Permanente No Dal Molin (a scanso di brutti tiri). Quello scandaloso don Gallo; è sempre lui che partecipa al primo V-day di Grillo; nonché al Pride Gay di Genova; e perfino alla presentazione del primo Calendario Trans della storia italiana. Sempre lui che predica in favore di Marco Doria a sindaco di Genova, nonché di Vendola nelle primarie Pd.
Sempre lui che - terribile! - precisamente il giorno 8 dicembre 2012, terminata la celebrazione della messa per il 42º anniversario della Comunità di San Benedetto al Porto, all'interno della chiesa medesima e insieme ai fedeli, si mette a cantare "Bella ciao" e, come se non bastasse, si slaccia il fazzoletto rosso che ha al collo e lo fa sventolare! Non ci crederete, ma ne vien fuori un video che fa il giro dell'Italia, un gran successo.
Per quanto “voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Erano le parole di una canzone di De Andrè che gli piacevano moltissimo. E infatti sono le stesse che aprono “Storia di un precariato”, lo spettacolo messo in scena dalla band reggiana, i Desamistade, a cui lui partecipa. Storia e vita di un precario, uno dei nuovi esclusi, uno dei "suoi" ragazzi, vittime di quel «dramma generazionale», di quel «disordine dei sogni», che lui, il prete "pazzo", non smetterà mai di denunciare. "Come un cane in Chiesa. Il Vangelo respira solo nelle strade" (Milano, Piemme, 2012), è uno dei suoi ultimi libri, ne ha scritti ben 19. Raccontò se stesso alla quinta edizione del Parma Poesia Festival: «Sono un prete da marciapiede». Vita di un prete "pazzo", tutta «in direzione ostinata e contraria».
Bellissima vita, don Gallo.

giovedì 23 maggio 2013

Don Andrea Gallo



Diceva: "i miei vangeli non sono quattro… Noi seguiamo da anni e anni il vangelo secondo De Andrè, un cammino cioè in direzione ostinata e contraria. E possiamo confermarlo, constatarlo: dai diamanti non nasce niente, dal letame sbocciano i fiori”. 
Forse il modo migliore per ricordare Don Andrea Gallo, scomparso a Genova dopo una lunga malattia all’età di 85 anni, sarebbe proprio quello di ripercorrere la sua parabola umana attraverso le sue stesse parole e quelle, intense e illuminanti, di un suo illustre concittadino, quel Fabrizio De Andrè che fu – come Don Gallo – il paladino degli ultimi e degli oppressi.
Accomunati da uno stesso ideale (civile per Faber, civile e spirituale per il “prete di strada”), hanno entrambi speso la loro vita combattendo la più nobile delle battaglie, l’uno con l’arma folgorante della poesia, l’altro con la forza di un amore veramente cristiano. Solo il tempo dirà se usciranno sconfitti o vincitori. In ogni caso, hanno combattuto dalla parte giusta.

venerdì 26 aprile 2013

Per i "Partigiani d'altra sponda"

Per “I Partigiani d’altra sponda”

L'Anniversario della liberazione viene festeggiato il 25 aprile di ogni anno e rappresenta un giorno fondamentale per la storia d'Italia: la fine dell'occupazione nazista ed il termine del ventennio fascista.
Convenzionalmente fu scelta questa data, perché il 25 aprile 1945 fu il giorno della liberazione di Milano e Torino.
La Resistenza affonda le sue radici nell’antifascismo, nel periodo del suo avvento negli anni 20, anche se convenzionalmente viene collocata nel periodo 8 Settembre 1943 (armistizio di Cassibile) – 25 Aprile 1945.
La storia della liberazione della Sicilia ha invece una collocazione storica e connotati diversi: cominciò con “l’operazione HUSKY”: con lo sbarco in Sicilia degli Anglo-Americani 9-10 Luglio 1943 a Gela e Siracusa.
I siciliani emigrati si ritrovarono improvvisamente con le famiglie risucchiate al di la del fronte della guerra, impossibili da raggiungere, mentre i nazifascisti si spostavano verso nord, consumando gli eccidi più efferati della guerra.
Una liberazione con “connotati diversi” perché fu concordata dagli Anglo-Americani con “cosa nostra” fin dallo sbarco ed ancora prima: accordi preliminari tra rappresentanti del governo USA e chi aveva il potere di influenzare favorevolmente la popolazione allo sbarco: LA MAFIA.
(Fonte notizie: relazione della commissione parlamentare antimafia - 1976).
Il gangster italo-americano Lucky Luciano, che stava scontando 15 anni di carcere, su incarico dell’O.S.S. (servizio di intelligence USA), attivò una fitta rete di contatti tra "cosa nostra" U.S.A. e Boss Siciliani: la storia ci racconta che il Gen. Patton con le sue truppe raggiunse Palermo in soli 7 giorni ed occupò la Sicilia in 38 giorni, ma racconta pure che l’O.S.S. diede vita ad un’operazione parallela allo sbarco: “l'operazione underworld” nell’isola di Favignana, per liberare dal carcere i boss mafiosi detenuti.
In pochi giorni 850 uomini d’onore furono arruolati fra le truppe alleate, fra questi venne arruolato come ufficiale di collegamento del cosiddetto "mafia circle", Michele Sindona ed un certo Licio Gelli; ben 62 di loro diventeranno sindaci di comuni siciliani nel 1946, mettendo di fatto una pericolosa ipoteca sul futuro dell’isola. (per chi volesse approfondire consiglio: questo sito)
Per i suoi servigi Lucky Luciano venne graziato dagli americani, nel 1946 tornò a Napoli alla fruttuosa attività di contrabbando di sigarette e traffico di eroina.
Sarebbero questi i partigiani d’altra sponda? NO!  Tutt’altro!


Partigiano d’altra sponda,
ho conosciuto mafiosi, anziché fascisti,
la differenza non era poi molta:
stesse indicibili violenze,
stesso sistema di paura
 stessa scientifica teoria del silenzio,
stesso teschio come simbolo.
Sempre col vecchio dilemma
se rispondere allo stesso modo
o se scegliere la non–violenza,
se subire l’esercizio del ricatto
e sperare nella protezione dello stato
 oppure organizzare passaggi di lotta armata.
Nella teoria del rosso si amalgamano le arance,
i gelsi, il melograno, il pomodoro, il sangue.
Ogni giorno trangugi la bibita e ti predisponi all’assuefazione.
Nei casi di ordinaria eversione c’è l’emarginazione
per la scheggia impazzita c’è l’eliminazione.
[Salvo Vitale]

La Resistenza e la lotta di liberazione dei “partigiani d’altra sponda” è cominciata molto tempo prima: come lotta di classe per la liberazione dalla schiavitù del latifondismo, dando vita alla fine dell’800 al più grande movimento contadino europeo: i "fasci siciliani", movimento popolare di rivolta contro la nobiltà ed il latifondo difesi con le armi da “Gabelloti e Campieri” progenitori della Mafia.
108 morti negli scontri fra il 1893 ed il 1894 nella repressione armata dello Stato a difesa della nobiltà e del sistema feudale sopravvissuto all’Unità d’Italia.
Fu lunga anche la serie di morti e di oppositori al regime fascista: l’Italia ricorda in quegli anni Giacomo Matteotti (1924), Antonio Gramsci (1937), il cervello a cui si voleva impedire di pensare.
In Sicilia Bernardino Verro (Sindaco di Corleone); Nicola Alongi…
Ma se con il 25 aprile 1945 si concludeva la resistenza con la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazi-fascista e da li a poco, gli orrori della secoda guerra mondiale, in Sicilia si continuava a morire (Niccolò Azzoti, 1946…): una lunga serie di Sindacalisti, capi popolo, contadini, che hanno proseguito la lotta del movimento contadino fino alla strage di Portella delle Ginestre (1° maggio 1947), ma anche dopo: Accursio Miraglia 1947, Placido Rizzotto 1948, Peppino Impastato, Pio La Torre… fino ad arrivare ai nostri giorni: i “Partigiani d’altra sponda” uccisi dalla mafia sono oltre 1000…. una resistenza che non è mai finita, che non ha ancora conosciuto il suo "25 aprile".
Portella delle Ginestre: la prima strage di Stato dell’Italia repubblicana (1 maggio 1947), rappresenta sicuramente l’anello di congiunzione e la continuità (se mai ce ne fosse sato bisogno), fra la resistenza partigiana per la liberazione dal nazi-fascismo e la resistenza dei “partigiani d’altra sponda” per la liberazione dall'oppressione mafiosa. Ma su questa strage (ufficialmente) non è dato sapere di più: un vergognoso “segreto di Stato” copre ancora la verità su ciò che accadde il 1° maggio 1947 in Sicilia. Tanti gli interrogativi, fra tutti: perché armi in dotazione al battaglione 10° MAS della R.S.I. hanno sparato in Sicilia contro uomini, donne e bambini inermi in un periodo di pace?

La mafia non è certo un fenomeno d’altri tempi: complicità, connivenze, silenzio, sottosviluppo, hanno reso vano il sacrificio di chi l’ha contrastata compiendo il proprio dovere istituzionale (Magistrati, Forze dell’ordine) e di chi nella società civile si è impegnato con la Politica, con l’informazione e come semplice cittadino pagando con la vita, non solo il compimento del proprio dovere ma il semplice difendere la propria dignità di uomini liberi: proprio come veri partigiani…
Ecco perché questo 25 aprile deve essere vivo e non durare solo l’arco di un solo giorno!
Ecco perché deve parlare con un’unica voce: quella della della libertà, della legalità e della partecipazione.
Ieri i partigiani lottavano per la liberazione dal nazifascismo, oggi quel testimone lo hanno raccolto quanti si impegnano nella lotta contro la mafia compiendo il proprio dovere Istituzionale, come politici e come semplici cittadini.
Le radici della Resistenza sono proiettate nel futuro: il 25 Aprile non deve essere il cullarsi in un sentimento di romantica nostalgia, ma proseguire nel cammino intrapreso dai partigiani, che oggi significa tradurre la lotta antifascista in un’opposizione intransigente alle mafie.
Ogni anno puntualmente si sente dire che "chi commemora il 25 Aprile è di parte…."
E’ vero! Tutti quelli che commemorano il 25 Aprile e rinnovano la memoria, l’impegno con forza ed orgoglio sono di parte: della parte nella quale dovrebbero stare tutti quelli che si battono per la legalità, per i diritti, per la pace, per la giustizia e per la dignità umana!
Essere da quella parte oggi significa rafforzare lo spirito democratico per contrastare la criminalità: più fragile è la democrazia, più forti sono le mafie.
Questo non bisogna dimenticarlo proprio in questo momento dove la politica è quanto mai debole ed autoreferenziale.
Oggi bisogna trovare tutti insieme la forza ed il coraggio per restituire all'Italia quel profilo di affidabilità e credibilità nei valori di libertà e di democrazia, su cui si fonda la nostra Costituzione!