lunedì 22 agosto 2011

Spettacolo teatrale "Dietro i tuoi passi. La storia di Peppino Impastato"


Quest'allestimento è un atto d'amore verso un personaggio che ha lasciato alla storia, tutti i siciliani, e all'Italia stessa una testimonianza esemplare di lotta contro la mafia. Una trasposizione teatrale nel coinvolgimento che il teatro possa e debba contribuire a salvare dalle ingiurie nel tempo e dall'oblio grandi uomini come Peppino Impastato. Raccontare in un palcoscenico la vita, la lotta, il contesto familiare e sociale di un uomo in perenne lotta contro le ingiustizie.
Da un'idea delli allievi dell'accademia interazionale di Beatrice Bracco; ideata da: Calogero Macaluso, Claudia Perna, Ugo Bentivegna,Domenico Cangialosi, Francesco Basile, Duan Melodia.
Regia: Ugo Bentivegna.
Musiche originali e dal vivo: Mari Salvato.

I BIGLIETTI POSSONO ESSERE ACQUISTATI O NEL CIRCUITO BOX OFFICE(RICORDI ECC PAL) O PRESSO I SEGUENTI PUNTI VENDITA A PALERMO:
L'ARGENTO DI PANI, VIA SAMPOLO 57
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Il governo non scioglie per mafia il Comune dello zio di Romano


Il parente del discusso ministro dell'agricoltura amministra Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo. Maroni si è visto bocciare il provvedimento richiesto dal prefetto dopo le indagini dei carabinieri sulle infiltrazioni criminali nella politica locale. Un nuovo caso Fondi, con aggiunta di motivi familiari.
Agosto è il mese in cui la mafia brinda, soprattutto quella infiltrata e collusa con il potere politico. Nel 2009, il 15 agosto, Roberto Maroni e Silvio Berlusconi spiegavano il no allo scioglimento per condizionamento mafioso di Fondi, in provincia di Latina, con “l’assenza di indagati”. La legge non prevede ve ne siano, avendo il provvedimento un carattere preventivo, e, comunque, la voluminosa relazione del prefetto Bruno Frattasi motivava influenze criminali e livelli di infiltrazione.
Due anni dopo, il copione si ripete. Nell’ultimo consiglio dei ministri, il governo Berlusconi ha salvato dallo scioglimento per infiltrazioni mafiose il Comune di Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo… [leggi tutto…]

Caso Agostino: chiediamo che sia tolto il segreto di Stato


«TOGLIETE IL SEGRETO DI STATO SUL CASO AGOSTINO…» le parole di Salvatore, padre dell’Ag. di Polizia ucciso il 5/8/1985:

«GIUSTIZIA e VERITA'. Per queste due parole lotterò fino all'ultimo respiro, fino all'ultimo giorno della mia vita. Il segreto di Stato è assolutamente antitetico rispetto a queste due parole e dietro ogni segreto di Stato ci sono soltanto delle verità inconfessabili, anzi una sola verità. Lo Stato che, per non confessare i suoi crimini, per non processare se stesso, pone il segreto di stato, impedisce che venga alla luce la VERITA' e nega la GIUSTIZIA.»

La raccolta firme avviene “on line” in questa pagina web.

5 Agosto 1989: Nino Agostino Agente di Polizia


La storia dell'agente di polizia Nino Agostino, ucciso il 5 agosto del 1989 a Villagrazia di Carini insieme alla moglie Ida Castellucci, incinta di una bambina, è certamente una delle più drammatiche ed oscure vicende della storia di un'Italia retta, allora come adesso, da poteri deviati e da un antistato che troppo spesso diviene Stato.
Sulla morte di Nino Agostino non è ancora stata fatta luce ed i suoi assassini, insieme ai mandanti, sono a tutt'oggi uomini liberi esattamente come qualsiasi altro onesto padre di famiglia. Sul fascicolo relativo alle indagini sul suo assassinio è stato apposto quello che non si può esitare a definire "il sigillo della vergogna" ovvero il Segreto di Stato.
Nino e Ida, quel giorno, si trovavano davanti alla villa di famiglia per partecipare al compleanno della sorella di Nino. Furono crivellati di colpi da due sicari in motocicletta sotto gli occhi dei genitori Vincenzo ed Augusta.
Suo padre, Vincenzo Agostino, un anziano uomo che ha percorso qualsiasi strada pur di ottenere giustizia da quello Stato per il quale suo figlio Nino ha consapevolmente sacrificato la vita, ha promesso di non tagliare più la propria barba bianca fino a che non otterrà quello che gli spetta: giustizia per suo figlio, per la sua famiglia, per la nuora Ida e per sua nipote mai nata.
Di recente, nel registro degli indagati in merito all'inchiesta sulla morte di Nino Agostino e della moglie Ida Castellucci, è stato iscritto Guido Paolilli, poliziotto in pensione, indagato per favoreggiamento aggravato e continuato a Cosa Nostra. Il collega e amico di Nino Agostino che svolse le indagini immediatamente dopo la sua morte, fornì una pista che conduceva ad un "delitto passionale".
In Sicilia questa è quasi una tradizione che, se non fosse perchè si tratta di omicidi, verrebbe a buon diritto inserita negli almanacchi di storia e cultura popolare; prima li ammazzano e poi li fanno passare per pazzi o puttanieri.
L' iscrizione nel registro degli indagati è scattata in seguito ad una conversazione intercettata a marzo nella sua casa di Montesilvano a Pescara. Paolilli ed il figlio stavano ascoltando, su RAI UNO, Vincenzo Agostino, padre dell'agente, che in quel frangente citava le parole scritte su un biglietto trovato nel portafogli di Nino: "Se mi succede qualcosa andate a cercare nell’armadio di casa”. Il figlio di Paolilli, chiedendo al padre quale fosse il contenuto dell'armadio, si sentì rispondere: "Una freca di carte che ho distrutto".
Sul conto di Paolilli anche Vincenzo Agostino ha rivelato elementi interessanti: "un giorno Guido Paolilli, che era amico di mio figlio, insistette per venire con noi al cimitero. Incalzato dalle nostre domande sulle indagini, disse che la scoperta della verità non avrebbe fatto piacere. Disse pure che avrebbe fatto il possibile per mostrarci sei fogli".
I sei fogli non sono mai stati mostrati alla famiglia Agostino, né ve ne è più traccia.
Paolilli ha dichiarato che i sei fogli vennero sequestrati durante la terza perquisizione nell'appartamento di Nino Agostino. Negli atti della Squadra Mobile risultano però solo due perquisizioni.
Un'altra incongruenza di non poco conto nelle dichiarazioni di Paolilli è quella relativa alle mansioni svolte. Paolilli ha dichiarato di svolgere servizio presso il nucleo scorte ma diversi suoi colleghi hanno asserito, smentendolo, che l'indagato svolgeva attività antimafia.
Paolilli era persona di fiducia di Bruno Contrada ed ha testimoniato a sua difesa nel processo a suo carico. Si riferiva proprio a Paolilli l’agente Agostino quando disse ad un collega: "Sto collaborando con un amico per la cattura di latitanti"?.
Ad oggi esiste un solo pentito che ha raccontato di questo omicidio: Oreste Pagano, il quale ha affermato "Ero al matrimonio di Nicola Rizzuto, in Canada. C’era un rappresentante dei clan palermitani, Gaetano Scotto. Alfonso Caruana mi disse che aveva ucciso un poliziotto perché aveva scoperto i collegamenti fra le cosche ed alcuni componenti della Questura. Anche la moglie sapeva, per questo morì".
I servizi segreti italiani hanno sempre negato che l'agente Agostino abbia svolto servizio presso il SISMI ma la recente riapertura delle indagini sarebbe giustificata dal ritrovamento di nuovi documenti nell'archivio della Squadra Mobile che attesterebbero l’attività di antimafia del poliziotto tra le fila dei servizi segreti. Inoltre, una nota riservata del 1993 a firma del capo del centro di controspionaggio di Palermo alla prima divisione Sismi di Roma, testimonia il grande interesse dei servizi nei confronti dell'operato dei giudici inquirenti sulla morte del poliziotto:
"Centro controspionaggio di Palermo. Riservato. Oggetto: riapre l’indagine sul delitto Agostino. Data 5 marzo 1993. Secondo quanto è stato possibile apprendere il gip titolare dell’inchiesta sarebbe in possesso di due memoriali consegnati dai familiari dell’Agostino e del Piazza che avrebbero indotto il magistrato a riaprire i due casi, unificandoli. Nei memoriali di cui sopra, acquisiti dal gip, pare che siano contenute affermazioni di una certa gravità in merito al noto episodio del rinvenimento di un ordigno esplosivo nell’estate del 1989 presso la villa all’Addaura del dottor Falcone". 
In Italia ormai è prassi avere due VERITA’: la verità giuridica (determinata dalle sentenze) e la verità “storica” (determinata da fatti certi ma che, per varie ragioni, non hanno portato ad una sentenza di condanna dei colpevoli). In questa Nazione esistono le vittime innocenti di mafia di “serie B”, i cui familiari spesso non hanno nemmeno il “diritto” di conoscere la verità storica perché essa si può avere forse, soltanto, se a chiederla sono la maggioranza dei cittadini (“se l’Italia tutta chiederà la verità lo Stato non potrà sottrarsi a questa richiesta” A. INGROIA).
La ricerca della verità, in uno Stato di diritto, dovrebbe chiamarsi “INTERESSE NAZIONALE”, qui invece, dove la giustizia è diventata un lusso per pochissimi eletti, l’OMERTA’ DI STATO è la realtà che fronteggiano giornalmente queste famiglie abbandonate e, che si vorrebbe, relegate al silenzio.
A febbraio 2011 è partita una petizione per togliere il “segreto di stato” sul caso VOLTA A SCOPRIRE TUTTA LA VERITA’; ad oggi hanno firmato poco più di 1.500 persone.

In questo video di circa 10 minuti la storia della breve vita del poliziotto ed un altro mucchio di tasselli che aspettano di essere messi al posto giusto in un puzzle che necessariamente va completato….

4 Agosto 1974 - La strage sul treno "del Brennero"


4 Agosto 1974 - Nella notte una bomba esplode nella vettura numero 5 dell'espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50. I neofascisti rivendicano l'attentato… 
 
 “Agosto, improvviso si sente un odore di brace”… cantava Claudio Lolli.
E ancora: “che caldo, che fumo, che odore di brace”. Poi resta la rabbia, un treno saltato, e la consapevolezza che “si muore di caldo e di sudore […] si muore di bombe, si muore di stragi, più o meno di Stato”.
In pratica non è cambiato niente da quando si cominciò a morire di bombe, e poi di chissà che…. magari cadendo da una finestra qualunque di un qualunque quarto piano di una qualunque questura di Milano. (Rif. Pinelli)
Semplice e diretto, che dice le cose in faccia, anche a chi ancora non le sa. Lolli semplicemente racconta. E descrive: il caldo di torrida estate e quello del treno che brucia. Poi il boato e dodici destini che affondano in un fragore che è duro ad estinguersi.
E ancora il boato e le voci rimaste a pretendere il vero da chi resta e da chi può accontentarli, forse. E alla fine un’eco che ogni anno ritorna in corone d’alloro riposte su rottami di memorie ogni volta più vive. Un’eco di voci che leggono nomi. Un’eco che dice soltanto: “si muore, si crolla, si esplode, si piange, si urla. Un treno è saltato”.
“Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”.
E’ il proclama con cui i neo fascisti di Ordine Nero non nascosero di essere stati gli esecutori materiali della strage del 4 agosto 1974.

Faceva caldo quella notte. Ore 01:30, c’era l'afa, quell’afa stressante e oppressiva di mezza estate. Il treno Italicus era partito da Roma: andava verso il Brennero e le vacanze, forse, o verso i rientri. E invece niente: si fermò appena fuori dalla galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro, un piccolo comune i provincia di Bologna. Si fermò sventrato da un’esplosione che, se fosse avvenuta qualche decina di metri prima, avrebbe potuto causare centinaia di morti anziché dodici.
La polizia non sa come risalire ai mandanti. Per mesi si va alla ricerca di un collegamento, di una traccia, di un semplice indizio. Sanno solo di che colore possa essere l’ideologia che stava dietro all’esplosione dell’Italicus; nient'altro. Poi, il colpo di scena.
Aurelio Franchini, un extraparlamentare di sinistra, evaso dal carcere di Arezzo nel quale era stato rinchiuso tempo prima, manda a tutti gli organi di stampa una pubblica accusa contro il probabile mandante dell’ordigno esplosivo all’Italicus: “La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti, che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l'esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest'ultimo, Margherita Luddi”. Nient’altro, anzi, fin troppo. Ma chi era Mario Tuti?
Trattavasi di un sovversivo che era noto già da tempo alla polizia. Si dice di una donna che lo aveva indicato come autore della strage. La denuncia fu archiviata molto presto, la donna fu rinchiusa in una casa di cura perché tacciata di mitomania. Il giudice che aveva deciso tutto questo si chiamava Mario Marsili, genero di un certo Licio Gelli.
Ah! Allora c’entra la P2? Forse. Boh! Non si sa, anche perchè la mega lista dei "gelliani" sarà scoperta solo sei anni dopo. Si sa solo che probabilmente Arezzo era una zona molto franca per i neo-fascisti. Erano protetti, “da una setta molto potente” disse una volta Luciano Franci, ad un camerata che piagnucolava per essere stato arrestato.
Fatto sta che Tuti diviene effettivamente un indagato per la strage di San Benedetto. All’inizio del 1975 si arriva addirittura al mandato di cattura contro di lui. Ma riesce a sfuggire all’arresto ammazzando due dei tre Carabinieri che erano andati a prelevarlo presso la sua abitazione. Poi scappa in Corsica, ad Ajaccio; quindi in Costa Azzurra. Alla fine, la Polizia francese riesce ad arrestarlo e a chiuderlo in carcere.
E questi erano i fatti, ad appena due anni dalla bomba.
Qualcuno potrebbe pensare che a distanza di 37 anni da quella domenica d’agosto le cose siano quantomeno un po’ più chiare.
La situazione invece è questa: mentre per la strage alla stazione di Bologna, i familiari delle vittime lamentano l’impossibilità di giungere una volta per tutte ai mandanti, per la bomba sull’Italicus (così come per quella sul Rapido 904) non esiste alcun responsabile. Il processo si concluse per Tuti e Franci con l'assoluzione per non aver commesso il fatto e per Luddi e Malentacchi con pronuncia di non doversi procedere perché il reato contestato si è estinto per amnistia.
Bella storia! E pensare che c’è ancora chi si batte per il mantenimento del segreto di Stato!
30 anni dopo la strage, Maria Fida Moro, figlia del presidente della Democrazia Cristiana ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978, dopo un lungo sequestro, rivelò un particolare che per anni era stato taciuto: il padre era salito su quel treno a Roma, ma era sceso subito dopo perché richiamato in ufficio per firmare dei documenti importanti. Era forse lui l’obiettivo dei bombaroli?
Questo, ancora oggi, non è dato sapere.
                          video: Agosto - Claudio Lolli


Strage di Bologna: la colpevole assenza del Governo


La commemorazione di una strage dovrebbe essere il momento che unisce un paese. Lo è per gli Stati Uniti, lo sarà per la Norvegia, per l’Italia e per Bologna no. Il 2 agosto di 31 anni fa tre terroristi neri appartenenti ai Nar, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, furono condannati (Mambro e Fioravanti all’ergastolo, Ciavardini a 30anni), per essere stati gli esecutori materiali della strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980): 85 morti, 207 feriti di cui 70 con invalidità grave.
Silvio Berlusconi, da quando è “sceso in campo” (dal 1994 ad oggi è stato  presidente del Consiglio per 9 anni) non si è mai degnato di essere presente e da due anni non manda un ministro alla commemorazione. Gli innumerevoli processi, dopo anni d’indagini, hanno individuato le responsabilità della P2 e di alcuni affiliati: dal Venerabile Gelli (condannato a 10 anni per calunnie aggravate dalla finalità di terrorismo per aver tentato di depistare le indagini), al faccendiere Pazienza, agli ufficiali del Sismi Musumeci e Belmonte. Tutti fratelli della stessa loggia massonica di Silvio Berlusconi (tessera n.1816), che a proposito di P2 è stato condannato per falsa testimonianza (reato amnistiato), e di Fabrizio Cicchitto (tessera n.2232), capogruppo in parlamento del Pdl.
Un governo che ha come capo un piduista può volere la verità sui mandanti e sul perché la P2 ha tentato anche l’impossibile per depistare magistrati e inquirenti?
Nella piazza della stazione di Bologna, quando suonerà la sirena in ricordo  dell’esplosione della bomba, migliaia di cittadini, di destra, di sinistra, donne, uomini, giovani e anziani, in religioso silenzio, rivolgeranno il loro sguardo verso l’orologio che da 31 anni è fermo alle ore 10,25. Da due anni Berlusconi non manda un ministro, non per paura delle contestazioni, perché non vuole dare risposte alle accuse che Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione familiari delle vittime del 2 agosto, a cui si uniscono altre associazioni come quella dei familiari delle vittime di via dei Georgofili: “L’assenza del governo rappresenta una ritorsione, Berlusconi promette e non mantiene”. Nel 2008 il Cavaliere giura di rendere esecutiva la legge 206 che determina il risarcimento alle vittime e ai familiari che hanno subito atti di terrorismo e di stragi, riconoscendo pensioni di invalidità ai feriti gravi, poi la blocca. Sempre nel 2008 assicura di eliminare il segreto di Stato, poi blocca la legge 124 del governo Prodi, votata dal Palamento nel 2007, che avrebbe ridotto la durata del segreto di Stato da 30 a 15 anni.
Il saggio ministro per la Semplificazione Calderoli ha proposto al governo di saltare le ferie. Il periodo potrebbe essere dedicato a fare, per una volta, qualcosa di utile per il Paese e non per Arcore, ad esempio: aprire i tanti armadi della vergogna sparsi in tutt’Italia a partire dalle stragi nazifasciste del ’44, passando poi da Portella della Ginestra per arrivare a Milano in via Palestro.

Enerambiente smaltirà i rifiuti di Napoli, nonostante un provvedimento antimafia.

La società estromessa dalla raccolta in Campania gestirà la "monnezza" spedita in Toscana

Un'informativa della prefettura di Venezia adombra contiguità con i fratelli Graviano. Intanto l'ex ad finisce in carcere e il patron Gavioli è indagato. La saga dei rifiuti non ha fine e nella galassia di inchieste, soldi sprecati e arresti c’è anche la vicenda di una società estromessa dalla raccolta dei rifiuti a Napoli, ma che ritorna protagonista come socio privato di un’azienda mista che si occupa di smaltire, in Toscana, il pattume campano. Enerambiente, società veneziana del patron Stefano Gavioli, ha lavorato per l’Asia, la società del comune di Napoli, fino al novembre 2010, quando ha ricevuto un’informativa atipica, una misura di prevenzione antimafia, dalla prefettura di Venezia nella quale si manifestavano vicinanze sospette dell’ex amministratore delegato Giovanni Faggiano e dello stesso Gavioli. La presenza a Napoli di Enerambiente, oggi in liquidazione, e i suoi rapporti con Asia, sono al centro di diverse inchieste della procura partenopea e del pool di magistrati, coordinati dall’aggiunto Giovanni Melillo. Il 21/7, sono scattati altri due arresti. In manette, per corruzione ed estorsione, sono finiti Faggiano e Corrado Cigliano, il primo ex ad di Enerambiente, il secondo ex capocantiere a Napoli della società veneziana e fratello di Dario, ex consigliere provinciale Pdl, anche lui coinvolto a diverso titolo in una precedente operazione. L’accusa è quella di aver preteso soldi non dovuti e posti di lavoro dai responsabili delle ditte (Davideco e Cooperativa San Marco) a cui affidavano il subappalto. Tra gli indagati in un altro filone dell’indagine c’è anche Stefano Gavioli. Proprio Gavioli con la sua Enerambiente è consigliere nel cda di Rea, Rosignano energia ambiente. Una società con sede a Rosignano, in provincia di Livorno, che si occupa di rifiuti e che sta smaltendo quelli provenienti da Napoli. Fino ad oggi sono circa 9 mila le tonnellate raccolte dalla ditta livornese con un costo per la Sapna, la società provinciale di Napoli, di oltre un milione di euro. Ora sono in arrivo altre 5 mila tonnellate dopo l’accordo tra le regioni siglato nei giorni scorsi. Insomma la Enerambiente uscita dalla porta nella raccolta del pattume partenopeo si trova ad essere socio privato dell’azienda mista che cura lo smaltimento dei rifiuti campani nella discarica livornese di Scapigliato. La Rea è una società mista pubblico-privata con il comune di Rosignano capofila con una quota del 45% e due soci privati, tra cui Enerambiente (nata dalle ceneri di Slia di Manlio Cerroni) è al 24%. Oltre a Stefano Gavioli, nel consiglio di amministrazione siede anche la sorella Maria Chiara. “Enerambiente è un socio finanziatore, ma non operativo – precisa Massimiliano Monti, direttore generale della Rea – i rifiuti provenienti da Napoli vengono controllati e usiamo tutto personale in capo alla nostra azienda e non dei privati”. Ma in caso di utili il patron Gavioli parteciperebbe alla spartizione. Di certo risulta ingombrante la presenza della società veneziana. Un anno fa fu bocciata l’idea di acquisirne la quota perché Enerambiente chiese una cifra intorno agli 8 milioni di euro. Nel luglio 2010 Giovanni Faggiano si dimise da consigliere di Rea dopo ripetute richieste a seguito della condanna per corruzione aggravata in primo grado subita. Nonostante l’assoluzione in secondo grado, restano i pesanti rapporti con uomini vicini al crimine organizzato, evidenziati nell’informativa atipica spiccata dalla prefettura di Venezia, lo scorso ottobre. Nell’informativa della prefettura di Venezia, si parlava anche di Gavioli, il patron di Enerambiente, che resta consigliere di Rea: “ Sono stati accertati rapporti – si legge – di dubbia natura tra Gavioli Stefano, attuale amministratore unico e precedentemente presidente del Cda di Enerambiente Spa, e Zito Angelo, soggetto legato al crimine organizzato, condannato per il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso e arrestato nell’ambito di una operazione della Dia di Palermo con l’accusa di riciclaggio del denaro di pertinenza del clan mafioso riconducibile ai fratelli Graviano”. [leggi tutto… ]
Fonte:
e tanti altri….